Membra gli uni degli altri

L'omelia del vescovo Francesco Marino durante la celebrazione eucaristica per il tredicesimo anno della sua consacrazione episcopale

Riportiamo il testo dell'omelia che il vescovo Francesco Marino ha tenuto ieri durante la celebrazione eucaristica pro-episcopo, in occasione del tredicesimo anno della sua consacrazione episcopale.

 

 

Carissimi fratelli nell’ordine del presbiterato e del diaconato, carissimi seminaristi, carissimi religiose e religiosi, carissimi fratelli nel Signore, è per me motivo di grande gioia celebrare questa eucaristia con voi  e per voi, facendo memoria dell’ordinazione episcopale e ricordando con voi quanto siano significamente vere le parole di sant’Agostino: “Con voi sono cristiano e per voi sono vescovo”.  Se l’essere con voi cristiano è per me motivo di consolazione, in forza della grazia battesimale che è grazia di salvezza, è invece motivo di trepidazione l’essere vescovo, avvertendo la responsabilità per la cura pastorale. Un senso di trepidazione che si attenuta sentendomi circondato dal vostro affetto e dalla vostra preghiera, dall’affetto dei presbiteri, che condividono con me questa responsabilità, dei diaconi, segno dello spirito di servizio, di ciascuno di voi, che prega per me. 

Noi questa sera preghiamo per quella che è la funzione del vescovo all’interno della comunità cristiana, una funzione voluta dal Gesù Cristo, un compito, una responsabilità, un dono. Un dono che ci mette immediatamente in contatto con il Signore Gesù stesso, l’apostolo del Padre, colui che il Padre ha consacrato e inviato nel mondo. Ci mette direttamente in contatto con quel mandato che viene dal cuore stesso di Gesù Cristo: “Come il Padre ha mandato me così io mando voi”. E questo essere direttamente collegati attraverso il vescovo, successore degli apostoli, con il cuore il Cristo e il cuore del Padre, costituisce la garanzia dell’unità della fede, dell’amore, della speranza, della crescita nella santità. E’ un ministero di servizio dell’unità della fede e un ministero di unità, di comunione, secondo il disegno di Dio, secondo la volontà di Cristo che ha pregato perché “tutti siano uno” e formino un solo gregge sotto la guida di un solo Pastore.

Una unità che noi contempliamo nella diversità dei servizi, dei compiti, dei ministeri, dei  doni, dei carismi: la Lettera di san Paolo apostolo ai Romani - ascoltata questa sera - ci ricorda la comune unità nella diversità dei compiti per la crescita del per corpo di Cristo che però non esiste per sé ma per il mondo, per la vita. Come in un solo corpo abbiamo molte membra e tutte le membra non hanno la medesima posizione, così anche noi che siamo molti, siamo “un solo corpo di Cristo” e individualmente siamo anche “membra l’uno dell’altro”, e ogni dono è a servizio della comunità. Siamo membra certo di Cristo ma anche membra gli uni degli altri.

Nel preparare la celebrazione mi ha colpito quest’ultima espressione cui non sempre avevo dato attenzione: “membra gli uni degli altri” per dire quanto profonda questa unità e quanto è profondo lo spirito di carità che dall’unità in Cristo deriva. “Membra gli uni degli altri”: anche dei peccatori? Certo. Anche di chi sbaglia? Certo. Anche di chi si allontana? Certo. Dal momento in cui siamo stati battezzati in Cristo sentiamo questa responsabilità, non nel senso del dovere, ma generata dall’autocomprensione di noi stessi come corpo di Cristo.

Ci ritroviamo questa sera a pregare per il vescovo che è presente nella diversità per la specificità del suo ministero che è proprio quello di ricondurre la diversità dei doni nell’unità del corpo di Cristo. Ed è bello ritrovarci a pregare insieme per il vescovo: non solo la sua persona ma per il mandato, per il compito, per il ministero che gli è stato affidato. 

Carissimi fratelli e sorelle, sono stato ordinato vescovo l’8 gennaio 2005. Erano i primi vespri della Festa del Battesimo del Signore. Sono particolarmente affezionato al senso spirituale che in quell’occasione scaturiva dal testo di Isaia (Is 61) che anche questa sera abbiamo ascoltato. Un senso riferito al ministero profetico che è presente nella consacrazione episcopale: presente in Gesù, negli apostoli e nei successori degli apostoli. Un ministero di grazia. Nell’ascoltare questo passo emerge dal cuore la bellezza di quello che Gesù è e ha trasmesso nel momento in cui nella Sinagoga di Nazareth ha letto il passo del profeta Isaia e ha detto: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato” (Lc 4,21).  La gioia del Vangelo, della buona notizia. La gioia della grazia di Dio che ci avvolge e non retrocede davanti a nulla. Una grazia che quasi ci assedia. La gioia del Signore da cui proviene ogni bene e che ‘non trova pace’ finché il bene non sia compiuto. Un bene universale, aperto a tutti. Un bene non esclusivo, ma inclusivo.

Vorrei che questo senso del Vangelo, della buona notizia, ci appartenesse, appartenesse alla nostra Chiesa. Nel Vangelo presentatoci oggi dalla liturgia, il Signore, dopo il suo battesimo, dopo il dono dello Spirito e il passaggio nella tribolazione della tentazione, e aver assunto la funzione di ministro della volontà del Padre, chiama a sé i primi discepoli, Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni: non a caso fratelli, espressione di famiglia. Una vocazione che certo si concretizza in quella dell’apostolo ma anche nella disponibilità di ciascuno di noi. Disponibili per Gesù, totalmente disponibili come Lui per il Regno del Padre: Regno di grazia, bontà, misericordia, accoglienza, convivialità, amore.

Viviamo il nostro battesimo così, carissimi fratelli e sorelle. Noi, carissimi ministri del Signore, viviamo questa gioia di poter essere al servizio del Regno di Dio  che va crescendo: i nostri occhi non sono sempre in grado di vederlo, ma il Regno di Dio sta crescendo, anche nel nostro oggi.

 


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