Per corresponsabilità e partecipazione

Il referente diocesano per il Servizio diocesano per la promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica risponde ad alcune domande relative all'8xMille



a cura di Giuliano Grilli

referente diocesano del Sovvenire

La pandemia ci ha costretti a interrompere gli incontri di formazione sul Sovvenire che ormai dal 2017 stiamo svolgendo nelle parrocchie della nostra diocesi. È una iniziativa che si sta diffondendo a macchia d’olio, coinvolgendo un numero sempre più ampio di parrocchie, non solo per gli incentivi economici previsti dalla Cei ma soprattutto per la sua validità che consente di incontrare le comunità parrocchiali e presentare un tema fondamentale per la vita della Chiesa. Soprattutto nella nostra diocesi la risposta delle parrocchie è stata così ampia da collocarla al secondo posto, fra tutte le diocesi italiane, per numero di incontri svolti sino allo stop imposto dall’emergenza sanitaria.  

Il successo dell’iniziativa ha spinto la Cei a riproporla di anno in anno consentendo alle parrocchie di poter rinnovare l’incontro ogni anno e usufruire anche dell’incentivo economico variabile da 500 a 1.500 euro in funzione del livello di partecipazione e della grandezza della parrocchia stessa. L’importo complessivo degli incentivi che la Cei ha destinato alle nostre parrocchie nel 2019 supera i 20.000 euro.

Il vivo interesse riscosso dagli incontri è dimostrato dalla partecipazione e dalla vivacità degli interventi dei fedeli, sorpresi dalla novità e dall’importanza degli argomenti trattati. Non appena l’emergenza sarà cessata riprenderemo la serie di incontri già programmati, tutti previsti in parrocchie che non avevano ancora aderito a questa iniziativa di formazione, ai quali si aggiungeranno le parrocchie che da tre anni stanno partecipando a questa campagna di sensibilizzazione sul “Sostegno economico alla Chiesa cattolica” e che hanno già preannunciato la loro disponibilità anche per il 2020.  

Tante le domande emerse nel corso degli incontri, che risentono dei pregiudizi profondamente radicati nell’opinione pubblica. 

Perché la Chiesa chiede soldi ai fedeli nonostante le ingenti ricchezze del Vaticano? È doveroso procedere ad una puntualizzazione: il Vaticano è uno Stato con le sue leggi, i suoi organi istituzionali, il suo bilancio con le spese e le risorse finanziarie, e come tale deve essere distinto dalla Chiesa italiana. Pertanto, il tanto conclamato “tesoro di S. Pietro” e tutto il patrimonio storico e artistico appartengono esclusivamente allo Stato Città del Vaticano. Inoltre, come sarebbe possibile da parte della Santa sede finanziare la Chiesa cattolica presente in ogni parte del mondo? L’episcopato italiano, nel documento “Sovvenire alle necessità della Chiesa. Corresponsabilità e partecipazione dei fedeli” del 1988 ha dichiarato che “la Chiesa abbisogna di risorse economiche per la propria vita e per l’adempimento della sua missione” sottolineando con decisione che “non si tratta di mischiare il sacro ed il profano o di concedersi a preoccupazioni troppo umane e poco evangeliche ma piuttosto di cogliere, anche sotto questo profilo, la peculiare realtà della Chiesa e le esigenze che derivano dalla nostra appartenenza ad essa, per metterla sempre meglio in grado di esercitare la missione ricevuta dal Signore”. Per dare ancor più forza alle loro parole, i vescovi puntualizzano che tale appello è rivolto nell’esercizio del loro magistero pastorale. Insomma, il denaro deve essere considerato come strumento e non come fine e la sua valenza strumentale deve trovare ampio riscontro nei valori della trasparenza e nella concretezza delle opere umanitarie e sociali realizzate. Infatti, la nostra esperienza quotidiana, vissuta al servizio della parrocchia e della diocesi dimostra  che le risorse economiche sono indispensabili per far fronte alle necessità pastorali correnti, a cominciare dalle opere di carità.

Perché dare l’8xmille alla Chiesa? Non sono già tante le tasse che paghiamo allo Stato? È necessario sgombrare il campo da un equivoco di fondo: l’8xmille non è una tassa da versare allo Stato né un onere finanziario da aggiungere alle tasse già pagate qualora si decida di sostenere la Chiesa. È, invece, uno strumento provvidenziale per il sostegno economico della Chiesa, previsto da una legge dello Stato, la 222 del 1985, ed è l’unica modalità per sostenere economicamente la Chiesa senza versare un solo euro. Si tratta, infatti, di apporre una semplice firma su una scheda appositamente predisposta dall’Agenzia delle Entrate o sui modelli fiscali e con tale firma viene espressa, dal contribuente, la preferenza sulla destinazione dell’8xmille del gettito nazionale Irpef introitato dallo Stato. Anche chi non è tenuto a presentare la dichiarazione dei redditi ha la facoltà di esprimere la propria preferenza. Ogni firma equivale ad una preferenza e la firma di un operaio ha lo stesso peso di quella di un imprenditore. Oggi sono circa 41 milioni i contribuenti italiani mentre quelli che di fatto esprimono la preferenza sono circa 17 milioni, cioè meno della metà! Da un calcolo sommario fatto sui numeri dell’ultimo anno scaturisce che il valore in denaro di una semplice firma corrisponde a un dono alla Chiesa di circa 80 euro.  E’ una firma che non costa nulla ma ha una grande valenza sociale ed umanitaria!

Si legge su certa stampa e su Internet che la Chiesa non paga le tasse sugli immobili. Risponde al vero questa accusa? È necessaria, anzitutto, una premessa di natura normativa. Le esenzioni previste ai fini IMU e TASI si applicano ai fabbricati (e alle loro pertinenze) destinati esclusivamente all’esercizio del culto e alla cura delle anime, alla formazione del clero e dei religiosi a scopi missionari, alla catechesi e all’educazione cristiana (art. 7, c. 1, lett. d) D. Lgs. 504/92  e art. 9 c. 8 D. Lgs. 23/2011). Nello specifico, tale esenzione vale per la chiesa e per la casa canonica in quanto sua pertinenza, per il seminario, gli oratori etc. L’esenzione è da applicarsi anche ad altri immobili ed unità catastali purché destinati al culto e a finalità pastorali come il catechismo. Evidentemente, per impieghi lucrativi dei locali, l’esenzione non è applicabile.

Una risposta chiarificatrice che sgretola l’immagine di una Chiesa che evade le tasse sugli immobili la offre, nel numero di marzo del mensile “Vita pastorale”, mons. Nunzio Galantino presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA): “Chi continua a ripetere che il Vaticano ha evaso 5 miliardi di Imu allo Stato non offre alcun dato che permetta di verificare l’attendibilità dell’affermazione. Da chi denunzia la rilevante somma che il Vaticano avrebbe evaso bisognerebbe farsi dire in base a quale legge, su quali immobili e in riferimento a quale periodo è stato quantificato il debito del Vaticano. E poi, strettamente legati a questo tema, circolano su Internet e sui giornali i numeri più disparati circa le proprietà della Chiesa. C’è, addirittura, chi afferma che in Italia un immobile su quattro apparterrebbe al Vaticano o a enti religiosi! Si tratta, evidentemente, di dati fantasiosi e del tutto irrealistici, alimentati dalla leggenda delle immense ricchezze accumulate nel tempo dalla Chiesa cattolica. Di fatto, la maggior parte dei suoi immobili sono chiese, che non rendono nulla e per i quali bisogna, invece, sostenere elevati costi di manutenzione".


Intervento di Mons. Nunzio Galantino sulla Rivista “Vita Pastorale” di marzo 2020

È vero che i preti ricevono uno stipendio cospicuo? I preti non sono dei lavoratori dipendenti ma persone che hanno deciso di dedicare la propria esistenza alle comunità loro affidate e questo servizio nella Chiesa non è regolato da contratti sindacali ma dall’amore verso i fratelli; è un servizio a tempo pieno. Perciò  non si può parlare di stipendio ma di remunerazione finalizzata ad un dignitoso sostentamento. Partendo dal principio che spetta ai fedeli assicurare la remunerazione dei propri sacerdoti, il nuovo sistema del sostegno economico è fondato sul criterio della perequazione secondo il quale la remunerazione deve essere uguale a parità di condizioni. In base a questi principi, ad ogni sacerdote viene assegnato un determinato numero di punti, a seconda degli incarichi svolti, dell’anzianità, delle condizioni più o meno favorevoli in cui i preti si trovano a operare e di altri parametri. Ma tutti i presbiteri partono da una stessa base minima che è di 80 punti. Ad ogni punto corrisponde un valore periodicamente stabilito dal Consiglio permanente della CEI (nel 2020 il punto vale 12,61 euro)  che consente di calcolare il valore lordo mensile di ogni singolo sacerdote cui si applicano le trattenute per il pagamento dell’IRPEF e per la previdenza. Inoltre, va ricordato che il clero diocesano italiano ha solo 12 mensilità. Quindi niente tredicesima. Per avere un riscontro concreto si tenga presente che un parroco con 30 anni di sacerdozio in una parrocchia di 5.000 abitanti ha diritto ad una remunerazione netta mensile oscillante sui 1.100 euro.   

Il sistema è imperniato su due pilastri che a loro volta poggiano sulla partecipazione dei fedeli:

- dalla parrocchia con la cosiddetta “quota capitaria” quantificata in 0,073 euro per abitante che il parroco può trattenere per sé mensilmente dalla cassa parrocchiale; in altri termini, per ogni 1000 abitanti il parroco può prelevare 73 euro;

- integrazione dell’Istituto Centrale Sostentamento Clero (ICSC) che ha sede a Roma ed ha il compito di colmare la differenza tra la somma che in base ai punti spetta a ciascun sacerdote e la somma già fornita dalla parrocchia; l’ICSC provvede ricorrendo alle Offerte per il sostentamento del clero e alla quota di 8xmille che ogni anno i vescovi destinano al sostentamento del clero.

La perequazione sta, quindi, nel fatto che anche i sacerdoti che operano nelle parrocchie molto piccole (la metà delle parrocchie italiane non supera i mille abitanti e non ce la farebbero a sostenere i propri sacerdoti) sono trattati come i loro confratelli che guidano parrocchie grandi,  ricche e dotate di risorse economiche consistenti. È questo il motivo per il quale non è possibile che il sostentamento sia affidato alle rispettive comunità di appartenenza.




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