L'urgenza dell'essenziale

A cura di don Domenico Panico, una toccante riflessione a partire dalla figura dell'abate Giovanni Gaston, protagonista del romanzo "A ogni uomo un soldo"

 


a cura di don Domenico Panico

vicario episcopale per gli affari economici e amministrativi

parroco a San Francesco d'Assisi, contrada ai Romani, Sant'Anastasia

 

Ogni giorno della vita è unico, ma abbiamo bisogno che accada qualcosa che ci tocchi per ricordarcelo. Non importa se otteniamo dei risultati o meno, se facciamo bella figura o no, in fin dei conti l’essenziale, per la maggior parte di noi, è qualcosa che non si vede, ma si percepisce nel cuore. (Haruki Murakami)

                       

L'Abate Gaston* è un brav'uomo e anche un bravo prete. Vive in simbiosi con la parola sottrarre, il saper fare a meno che segna i confini del superfluo: sottrarre è viaggiare leggeri, con una valigia in cui c’è solo l’essenziale. La sua è, dunque, una vita sobria e non sempre, nonostante la piccola rendita di cui dispone, riesce a mettere insieme pranzo e cena. Di carattere bonario, guarda il mondo con disincanto e raramente si scandalizza, al contrario del parroco e degli altri cappellani di Saint Clovis, che sembrano troppo impegnati a criticare il mondo piuttosto che a capirlo e troppo occupati a vedere il male ovunque senza scorgere mai il bene. Proprio per questo, si trova spesso in situazioni imbarazzanti: nasconde in camera sua Rachele, una giovane profuga ebrea austriaca, alla quale trova, poi, lavoro presso la sartoria di Madame Bisberot; non dissuade Armelle, conosciuta fin dai tempi del catechismo, dal fare l'indossatrice; paga di tasca sua un dignitoso funerale alla stessa Armelle, che muore di parto dopo essere divenuta una prostituta. Gaston, insomma, si sforza non di apparire ma di fare la volontà di Dio, eppure deve riconoscere che capisce solo in modo molto imperfetto i misteri del Signore, soprattutto la parabola degli operai chiamati in diverse ore della giornata e retribuiti tutti allo stesso modo.

Poi, un giorno del 1944, un imprevisto...

La guerra è ormai alle battute finali. Gli alleati sono sbarcati sul vecchio continente e avanzano da sud e da nord per liberare i territori ancora occupati dai nazisti. Parigi è salva e la gente comincia a riassaporare il piacere di scendere di nuovo per strada. Ma niente è più come prima. I pochi negozi aperti sono sprovvisti di merci e quel poco che c'è costa carissimo. Manca la benzina e, spesso, anche l'elettricità. I beni di prima necessità scarseggiano e sono razionati e la borsa nera è più attiva che mai. Anche quel pomeriggio, come sempre dopo la Messa, l'Abate Gaston s'intrattiene con alcuni fedeli sui gradini della Parrocchia quando riceve la visita di Rachele, la giovane ebrea, e di Karl, l'ufficiale tedesco che, per amore, non l'ha denunciata alla Gestapo: hanno bisogno di nascondersi sia dai nazisti in fuga che dagli uomini della Resistenza perché considerati traditori da entrambi gli schieramenti. L'Abate non è un individuo particolarmente coraggioso ma proprio a lui tocca sempre trovarsi in mezzo alla parabola del buon samaritano dalla quale, talvolta, come ama scherzare, vorrebbe prendersi un po' di vacanza. Durante la prima guerra mondiale, infatti, ha soccorso un nemico tedesco ferito, attirandosi le ire dei commilitoni, e non molto tempo prima, mentre Parigi era occupata, ha aiutato anche la Resistenza, prima, nascondendo il suo amico Filippo, comunista e ateo dichiarato, e, poi, accompagnando a Lione un aviatore inglese. Avrebbe, dunque, buoni argomenti per rifiutarsi di aiutare i due giovani senza che alcuno potesse muovergli appunto, ma non se la sente di sacrificare l'essenziale per l'urgenza, quella con cui chiunque, ma non un cristiano, potrebbe giustificare superficialità, negligenze, omissioni e incoerenze.

Il Vangelo è fin troppo chiaro e non prevede scorciatoie oblique dinanzi all'urgenza dell'essenziale. Gesù stesso non è rimasto sulla croce, sebbene abbandonato dagli amici e provocato dai presenti e anche da uno dei malafattori? Gaston non può, dunque, sottrarsi alla richiesta di aiuto dei due giovani, sebbene sappia che correrà grossi rischi: anche Gesù è andato liberamente incontro alla morte e ha accettato la sofferenza in obbedienza al disegno di salvezza del Padre. E, poi, non bisogna essere misericordiosi come il Padre che è nei cieli e dare anche il mantello a chi chiede la tunica? Gazston, dunque, chiederà per loro ospitalità in un convento di suore e l'indomani li aiuterà a espatriare. I discorsi dei tre non sono, però, sfuggiti a un orecchio indiscreto e, nemmeno il tempo di un amen, essi sono circondati dagli uomini della Resistenza i quali, dopo un interrogatorio sommario, li condannano a morte come traditori. Karl e Rachele sono portati per primi davanti al plotone di esecuzione e Gaston, mentre attende il suo turno, prega a voce alta: "Iustitiae Domini rectae, laetificantes corda... et dulciora super mel et favum stillantem" **. Il suo guardiano non capisce quella strana lingua e, avvicinandoglisi nel buio, gli chiede perché borbotti a voce alta. "Per due buoni motivi. Il primo, perché mi piace parlare con le persone intelligenti e il secondo, perché mi piace ascoltare quello che dicono le persone intelligenti", replica Gaston, la cui battuta è, certamente, di spirito (l'ha appresa da un suo insegnante del seminario) ma dal riferimento chiaro: egli ripete e ascolta le parole intelligenti del Salmo 18 che gli danno la certezza che le strade del Signore, per quanto impervie, misteriose e incomprensibili, non, per questo, sono assurde. Tutto ha una logica e un fine.

Ma accade l'imprevedibile: Gaston riceve un'insperata ricompensa come gli operai dell'ultimora. L'improvviso intervento di Filippo, il suo vecchio amico e, ora, capo della Resistenza parigina, lo salva ed egli si sente un po' come il malfattore crocifisso accanto a Gesù, anch'egli operaio dell'ultimissima ora.

Il suo amico Filippo è convinto, come Pilato, di essere il detentore di un potere ("senza mio ordine, qui nessuno può essere fucilato") ma, a differenza di Pilato, non si lascia condizionare e decide di compromettersi nella vicenda dell'amico, giudicando secondo coscienza, oltre le apparenze. Tra il prete e il comunista ateo c'è sempre stata divergenze di vedute ma anche reciproco rispetto e Filippo riconosce che l'amico ha agito secondo giustizia, sebbene a vantaggio di un nemico. La decisione di Filippo suona anche come contestazione per i suoi compagni che hanno fucilato frettolosamente Rachele e Karl e si apprestavano a fare altrettanto con Gaston: Amici, io non vi faccio torto. Gaston è, dunque, salvo perché voleva salvare vite, non perderle, e ora gli pare di capire il motivo per cui tutti gli operai della vigna ricevono un denaro, sia che hanno portato il peso della giornata e del caldo oppure no. E la ragione è questa: che tanta parte del lavoro è ricompensa a se stessa come tanta parte del mondo è castigo a se stessa.

Egli non ha fatto null'altro che il proprio dovere, non ha chiesto nulla per sé ma ha solo aiutato chi aveva bisogno, non ha lavorato per un guadagno ma, al contrario, sapendo di poter perdere la vita. Semmai è la giustizia umana a fallire: limitandosi a ciò che appare, si dimostra inadeguata a cogliere e valutare le ragioni profonde dell'uomo, soprattutto di chi la pensa in modo diverso. La giustizia divina, invece, che si manifesta nei modi e attraverso le persone più impensate, non è la risultante aritmetica di meriti e demeriti ma misericordia che, come dice il buon Gaston, "è come una lunga fune calata da Dio sulla terra perché gli uomini vi si aggrappino".

Sarebbe bello se, aggrappandoci a quella fune, non scalciassimo gli altri che tentano di fare altrettanto...

 

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(*) L'Abate Giovanni Gaston è il protagonista del Romanzo di Bruce Marshall, A ogni uomo un soldo, edito da Longanesi nel 1951 nella collana La Gaja Scienza.  In esso l'Abate è uno dei cappellani della immaginaria Parrocchia di Saint Clovis

(**) I precetti del Signore sono giusti, fanno gioire il cuore... sono più dolci del miele e di un favo stillante






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