Da Enoch a Gerusalemme: con Francesco, costruiamo la città nuova

Questo tempo invita a costruire città nuove. Nella prossima enciclica di papa Francesco, la rotta da seguire. La riflessione di don Lino D'Onofrio

a cura di don Lino D'Onofrio

docente di Ecclesiologia all'Istituto Superiore di Scienze Religiose Duns Scoto

Parlando della nostra condizione in questo tempo di pandemia ci accorgiamo di vivere una specie di disagio esistenziale che coinvolge dal profondo le nostre vite, il nostro bisogno di futuro dipende in maniera decisiva da come riusciremo a dare un giudizio sul vissuto e a immaginare le possibilità della convivenza a venire. In particolare essere stati costretti in una speciale forma di isolamento, ancora simbolicamente manifestato nel nostro dover indossare mascherine e impostare distanze, ci dice una vita che ha forme di convivenza inattese.

In quale condizione ci sentiamo noi oggi? Quali spazi e quale città abitiamo? Il nostro tempo e le nostre relazioni in quale misura sono veramente umane?

È la nostalgia di sentirci veramente umani che ci rende inquieti e nel tempo del lokdown ci ha gettati nello sconforto perché è stato, ed è, tempo di ripensamenti, di somme tirate, di sapore di morte che non lascia spazio.

Abbiamo scoperto che abitiamo la nostra storia sul modello della città fondata da Caino, tutti tesi in un’avventurosa conquista del mondo. Tutti sappiamo che il primo fondatore di una città è Caino, la città di Caino è fondata fuggendo dal sangue del fratello ma conservandone sempre la memoria; Caino resta il prototipo di un rapporto fraterno, che sbocca nell’assassinio e che avrà un seguito illustre nel mito della fondazione di Roma: Romolo uccide il fratello Remo e costruisce Roma. Ma nel racconto biblico iniziare una cultura della città si trasforma da crisi di fraternità in possibilità di instaurare contatti con il mondo intero, su questa però, rimane l’ombra di una vicenda inquinata, avvelenata, contagiata da quella radicale insofferenza di Caino nei confronti di un fratello da riconoscere. Caino, come noi, è convinto che riuscirà a far funzionare questo nuovo modo di convivenza, è convinto di saper coordinare forze ed energie, di possedere la capacità di irruzione sulla scena del mondo come luogo di coagulo, di scambi, di commerci, di iniziative culturali portando come frutto dei risultati meravigliosi, grandiosi, trascinanti, commoventi: è questa la forma di città che proietta la nostra cultura, tutta tesa verso la conquista del mondo intero purché sia evitata la relazione fraterna.  Su questa premessa, una premessa strutturale che implica in sé un’intrinseca volontà di morte, è costruita dagli uomini la città che, dal di dentro della storia, vogliono realizzare; qui prendono dimora le singole aspettative assumendo così una fisionomia mostruosa. Quella città di Caino si chiamerà poi in modi diversissimi fino ad assumere il nome delle nostre città e delle nostre relazioni.

Il modello biblico però non ci propone solo questo tipo di città, la nostra vita non si ferma ad Enoch, città cui è dato lo stesso nome del figlio di Caino, vuole invece andare verso Gerusalemme, vuole costruirla la città della pace, vuole varcarne le soglie e salire verso di essa. Questo nostro tempo ci chiama a costruire una nuova città, un nuovo modello di convivenza. Ce lo chiede con forza la storia che in questa esperienza di blocco forzato ci ha portato a rivedere alcuni stili di vita, ad avvertire la necessità di nuovi modelli cui ci ha richiamato con gesti e parole papa Francesco e che ora ci ripropone con forza per non farci perdere la memoria di quanto accaduto e mantenerci nel desiderio di una possibilità da dare alle nostre vite.

Il 1 settembre, aprendo il tempo dell’attenzione ecumenica alla salvaguardia del creato, Francesco ha ripreso i passaggi essenziali della Laudato sì riproponendo la logica di un’ecologia integrale come modello del “tutto in relazione” che dovremmo riscoprire come stile da adoperare e obiettivo da raggiungere: «tutto è in relazione, […] la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri» (LS, 70). Ha legato questo tempo a quello dell’esperienza biblica del Giubileo volendo risignificare la lettura della crisi come opportunità. Ci ha ricordato che «il Giubileo è un tempo per riparare l’armonia originaria della creazione e per risanare rapporti umani compromessi. Esso invita a ristabilire relazioni sociali eque, restituendo a ciascuno la propria libertà e i propri beni, e condonando i debiti altrui. Non dovremmo perciò dimenticare la storia di sfruttamento del Sud del pianeta, che ha provocato un enorme debito ecologico, dovuto principalmente al depredamento delle risorse e all’uso eccessivo dello spazio ambientale comune per lo smaltimento dei rifiuti. È il tempo di una giustizia riparativa.» (Francesco, Messaggio in occasione della Giornata per il creato, 4)

Questo messaggio certamente prelude all’attesa terza Enciclica la cui firma e pubblicazione è ormai imminente, il prossimo 3 ottobre ad Assisi, e sembra contenere riflessioni e indicazioni per leggere questo tempo di post-COVID in un clima di rinnovata fratellanza e che, in qualche modo è anche il contenuto che ci si aspetta pronunciato alla prossima assemblea delle Nazioni Unite dove il santo Padre prenderà la parola, tema su cui già è stato fatto cenno nello stesso messaggio per il 1 settembre (4)

Ci si potrebbe porre la domanda del come mai c’è tanta attesa per le parole del Papa in questi contesti, perché anche l’economia, le majors, diversi esponenti della riflessione anche accademica circa i movimenti economici, gli imprenditori, il mondo dell’industria e della produzione restano in qualche modo tesi a scoprire quanto Francesco pronunzierà. Certamente la risposta non è da cercarsi in una sete di orientamento, la parola del magistero oggi non ha più la forza di un insegnamento da seguire - almeno non per tutti e certamente a quello che era il peso di una relazione più impostata su un senso di rispetto della norma e sul senso dell’autorità si è andato sostituendo quello del valore di una condivisione dell’umano-, ma conserva ancora la presa di una idea con cui confrontarsi. Se mancano le idee non c’è crescita, per questo la Cattolica continua ad essere un’esperienza di officina e un aeropago di riflessione.

In questo Papa Francesco ha deciso di far sentire la propria presenza attraverso quelle due forme di comunicazione che sono la parola e il gesto. Al gesto della sua solitudine verso il crocifisso, della piazza che ha senso anche se vuota, del farsi ascoltatore insieme agli altri nel racconto  del dolore che la storia testimonia, nel sobrio ma certo annuncio della resurrezione, accompagna la parola immediata e comprensibile, fatta di immagini e di allegorie immediate, senza frasari specialistici ma con il linguaggio dell’immediatezza. Egli ci fa scoprire che la chiesa o accompagna verso i cambiamenti necessari o rischia di essere una semplice, talvolta inutile, voce tra le tante. L’insegnamento della dottrina sociale della chiesa, cui tanti riconoscono assoluta validità, deve trovare oggi una capacità di dare orientamenti sapendosi aggiornare, mantenendo coerenza col patrimonio di conoscenza e analisi acquisito nel tempo, per rispondere alle domande dell’umanità con coerenza e visione d’insieme. Proprio la visone d’insieme è forse la qualità oggi maggiormente ricercata: in una cultura parcellizzata e iperspecialistica mancano visioni d’insieme che dicono la connettività tra economia e problema sociale, salute pubblica e sistemi sanitari ed educativi, tra il ruolo dei singoli Stati e i rapporti fra le nazioni. La Chiesa si sente chiamata ad accompagnare il cammino complicato che sta davanti a tutti noi come famiglia umana ma sa anche di doverlo fare in quella identità di mater et magistra che le viene consegnato dalla storia e quindi deve attuarlo con umiltà e saggezza, ma anche con creatività.

Se papa Francesco ha compiuto la scelta di dedicare il suo nuovo ciclo di incontri del mercoledì al tema del “Guarire il mondo”, vuol dire che avverte per la chiesa intera la necessità di ricollocarsi all’interno di questo cammino comune, dove esiste il desiderio di uscire da questa crisi con la responsabilità di sapere che nelle nostre scelte porteremo la responsabilità di venirne fuori migliori o del tutto sconfitti. Una strada ci viene indicata dal suo magistero per tentare una via nuova, inaspettatamente il fare della giustizia nuova si lega al senso del bello della vita per cui Francesco ci dice: «risvegliamo il senso estetico e contemplativo che Dio ha posto in noi» (Esort. ap. Querida Amazonia, 56). Non si tratta di fare appello ad un senso vago di bellezza ma ad aprire l’orizzonte verso quella Gerusalemme che l’Apocalisse ci presenta nella sua visione: «Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: « Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il "Dio-con-loro". E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Apc 22, 1-4).

Passiamo da Enoch a Gerusalemme, ci attende un grande viaggio.




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