Il male e il senso del peccato

La meditazione di don Domenico De Risi per la seconda tappa dell'itinerario di preghiera proposto dal Capitolo della Cattedrale di Nola

L'itinerario di riflessione e preghiera “Dal buio del peccato alla luce del perdono”, per una fruttuosa celebrazione del Sacramento della Riconciliazione, proposto dal Capitolo della Cattedrale di Nola è giunto alla terza tappa. Questa sera, alle 19:00 è prevista la catechesi su “Coscienza della colpa e aspirazione al perdono” a cura del vicario generale della diocesi di Nola, monsignor Pasquale Capasso.

Il14 marzo, poi, il tesoriere della Cattedrale, don Angelo Masullo, terrà una catechesi su “Dal dovere di confessarsi alla grazia della Confessione". L’itinerario si concluderà il 21 marzocon la liturgia penitenziale presieduta da don Arcangelo Iovino.

Le catechesi si svolgeranno sempre in Cattedrale, alle 19:00, dopo la Celebrazione eucaristica e l’esposizione del SS. Sacramento. Sacerdoti saranno disponibili per la Confessione.

Il male e il senso del peccato: la catechesi di don Domenico De Risi

Questo il testo della catechesi tenuta dal parroco della Cattedrale, don Domenico De Risi su Genesi 4, 1-16 [1]

“il male e il senso del peccato”

Il tema di questa meditazione ha proporzioni ciclopiche: davvero non si sa da dove cominciare. Potrebbe comunque essere formulato in questo modo: Si Deus est, unde malum? Si non est, unde bonum? [2] Le risposte a questa domanda sono state tante, e non è il caso di richiamarle, neppure lontanamente. Ci possiamo contentare di assumere almeno una definizione di male, ed è quella proposta da Karl Rahner [3] secondo il quale il male «è la misteriosa possibilità, concessa da Dio alla creatura libera (mysterium iniquitatis), di dimenticare che la creazione ha avuto origine dalla bontà di Dio, [e che] è stata arricchita di significato dalla grazia, di non ascoltare, all'interno della sua libertà personale, il richiamo di colui che l'ha creata come suo libero partner e infine di ostinarsi in questa incongruenza, cioè nel male». La definizione è chiara, ma non deve far dimenticare che dietro termini come «libertà» e «grazia» c'è un dibattito vastissimo, che ha avuto in Agostino il suo teorizzatore, ed è il dibattito intorno alla sinergia tra libero arbitrio, libertà e grazia.

Detto questo, volgiamo la nostra attenzione al testo della Genesi, che è stato proclamato: un testo importante perché è il primo testo della Bibbia in cui si affronti il tema della fraternità. E lo si affronta, notiamolo, offrendo della fraternità un'immagine tragica, dominata non dall'unione di cuori e di menti, come sarebbe stato prevedibile e auspicabile, ma dominata dal rancore e infine dall'omicidio. Ma, per fortuna, il testo dice anche qualcos'altro, come vedremo. Ed è proprio in questa pagina che compare per la prima volta il vocabolo ebraico ḥaṭṭāṯ «peccato»: dopo l'uccisione di Abele da parte di Caino, il Signore gli disse: «Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto? Se agisci bene, non dovresti forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato (ḥaṭṭāṯ) è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, e tu lo dominerai» (Gen 4, 6-7). È molto interessante rilevare che la parola «peccato» risuoni per la prima volta nella Bibbia in occasione di un fratricidio, a definizione di un'azione sbagliata non tanto nei confronti di Dio (peraltro, nel cap. 3 della Genesi, dove si parla della caduta dei progenitori, il termine «peccato» non compare) quanto nei confronti di un uomo. Chi conosce la Bibbia, avrà notato che il cap. 4 (Caino e Abele) ai vv. 2-16 segue strettamente il modello del cap. 3. E come il cap. 3 è determinato dal rapporto uomo-donna, così il cap. 4 lo è dal rapporto fratello-fratello: dunque, sponsalità e fraternità, ossia le relazioni fontali e primordiali.

Dopo il peccato, e la conseguente cacciata dal giardino di Eden, Adamo si unì ad Eva e concepì il primogenito, cui fu posto il nome di Caino (qayìn), un nome coniato per l'occasione e che solo lui porterà nella Bibbia. Deriva dall'esclamazione di Eva: «Ho acquistato un uomo grazie al Signore» (qānîṯî ʼîš ʼeṯ  YHWH): notiamo che nonostante la cacciata dal giardino di Eden, il Creatore non ha tolto agli uomini la fecondità, quella fecondità di cui si parla in Gen 1, 28: «Siate fecondi e moltiplicatevi...». Dopo Caino la coppia primordiale genera Abele (hābhel), un nome molto singolare, che nessun altro porterà nella Bibbia, e che deriva da hebhel («vapore, respiro, ciò che è evanescente, inconsistente»); ricordiamo l'incipit del libro del Qoelet (1, 2): «Vanità delle vanità....vanità delle vanità, tutto è vanità» che in ebraico suona, appunto: hăbhêl hăbhālîm... hăbhêl hăbhālîm hakkōl hābhel; essendo Abele colui che fu ucciso dal fratello, viene chiamato «soffio, nullità» (cfr Sal 38 [39], 6: «Sì è solo un soffio (hèbhel) ogni uomo che vive»). Peraltro, egli svanisce senza lasciare traccia in una stirpe che porti il suo nome, a differenza di Caino, dal quale si origineranno i Cainiti (cfr Gen 4, 17ss).

I fratelli esercitano due mestieri fondamentali: Abele è pastore, Caino invece lavoratore del suolo. Entrambi offrono sacrifici a Dio, ma Dio gradisce il sacrificio di Abele (che offre i primogeniti) e non quello di Caino (che offre le primizie del suolo). Questo non significa che Caino avesse offerto prodotti scadenti, ma semplicemente che l'uno ricevette la benedizione, e quindi un incremento nel suo lavoro (è la concezione dell'Israele antico), l'altro no. Si sente trattato ingiustamente e si deprime. È l'uomo sfavorito ingiustamente che vorrebbe giustizia ma che, come vedremo, sfoga la sua ira non su Dio, che dovrebbe essere la causa della sua depressione, bensì sul fratello Abele, che non c'entra affatto.

Nei vv 6-7 (molto difficili dal punto di vista grammaticale) Dio rivolge un ammonimento a Caino: «Se fai bene, sei in alto, e se non fai bene alla porta il peccato è accovacciato; verso di te è la sua brama ma tu puoi dominare su di essa». Il participio «accovacciato» (robhếṣ) non si accorda col termine «peccato» (ḥaṭṭāṯ) che in ebraico è femminile. Il participio robhếṣ è assimilabile all'assiro rābiṣu, che è il nome di un dèmone, qui corrispondente al fantasma di Abele ucciso; la frase quindi originariamente poteva essere così: «Se non agisci bene il fantasma di tuo fratello è alla porta». Siccome quest'idea fu considarata scandalosa, il fantasma è stato sostituito con il peccato (C. Westermann). E che non si tratti della forma testuale originale ma di una seriore forma stereotipa, è confermato dalla ripetizione in 4, 7 di quanto detto in 3, 16, che però qui riceve un altro significato. In 4, 7 infatti, Dio dice a Caino: «Verso di te è la sua brama ma tu puoi dominare su di essa (timšāl bō)», mentre in 3, 16 dice a Eva: «Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ed egli dominerà su di te (yimšāl bāḵ)». Il testo attuale che legge robhêṣ come un semplice participio («è accovacciato»), e in qualche modo lo riferisce ad ḥaṭṭāṯ («peccato»), è, teologicamente parlando, più preciso e ha un valore universale, quindi trascende l'occasione che lo ha determinato. Da un punto di vista "drammatico", tuttavia, l'immagine del fantasma dell'ucciso che perseguita l'uccisore, la cui presenza non scompare neppure con la morte, è indubbiamente più forte, e richiama quasi il fantasma di Banquo del Macbeth di Shakespeare.

Il testo, così come giace, dà comunque un'informazione importante: il peccato può essere dominato: «Puoi dominare su di esso» (timšāl). Come già accennato, il verbo māšal è il medesimo usato in 3, 16 (le parole di Dio ad Eva): «Verso tuo marito il tuo istinto ed egli dominerà su di te (yimšāl bāḵ)», ed è anche il verbo usato a proposito del sole e della luna, aventi come ufficio quello di regolare (welimšōl) giorno e notte (Gen 1, 18); ma se è vero che si può dominare il peccato, è anche vero che esso potrebbe dominare: anzi, al pari della donna, ha i suoi desideri, mortiferi desideri, i quali hanno come oggetto l'uomo. Lo ricorda Paolo in Rm 6, 12 (che richiama molto da vicino Gen 4, 7) - dice dunque Paolo: «Il peccato non regni più nel vostro corpo mortale, così da sottomettervi ai suoi desideri (tais epithymìais autou)».

Adamo ed Eva hanno commesso il primo peccato, le cui conseguenze si vedono tragicamente operanti nel fratricidio perpetrato dal figlio Caino, che viene raccontato al v. 8 in pochissime parole. Anche questo verso è difficile, testualmente, perché giace in questa forma in ebraico: «E parlò Caino ad Abele suo fratello; e avvenne nel loro andare nel campo (e) sorse Caino su Abele suo fratello e lo uccise». Insomma non è riportato il colloquio con Abele ma solo il suo assassinio. Al delitto segue il castigo: la narrazione è simile a quella del cap. 3: interrogatorio, sentenza di condanna, mitigazione della pena, esilio.

Le parole di Dio a Caino: «Dov'è Abele, tuo fratello?», ovviamente sono retoriche, perché Dio sa bene dov'è Abele, così come al cap. 3 sa dov'è Adamo, ma sono pronunciate con una finalità che potremmo definire «didattica»: servono infatti a insegnare qualcosa tanto ad Adamo, quanto a Caino, suo figlio. In questo caso, pongono l'accento su una fraternità misconosciuta da Caino e anticipano quelle dette dal padre al fratello maggiore nella parabola del figliuol prodigo (Lc 15, 30-32). Quando il figlio minore torna a casa e il padre commosso lo accoglie con onore e gioia, il maggiore dice al padre: «Ma ora che è tornato questo tuo figlio (ho yiòs sou outos)...per lui hai ammazzato il vitello grasso». Dice "questo tuo figlio" e non "mio fratello": non riconosce quindi la fraternità e forse non l'ha mai riconosciuta. Cosa dice però il padre? «...Bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello (ho adelphòs sou outos) era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». C'è una perfetta corrispondenza grammaticale, quasi a voler rimarcare l'importanza di una fraternità che non deve essere mai misconosciuta.

Parlavo di una finalità «didattica» dell'interrogatorio ad Adamo e Caino. La domanda di Dio a Caino: «Dov'è Abele, tuo fratello?» è analoga a quella rivolta ad Adamo dopo il peccato: «Dove sei?». Con una simile domanda Dio invita Adamo quasi a rientrare in se stesso, a considerare la sua posizione: dove sei? dove si trova la tua volontà, la tua mente, dopo quanto hai fatto? Un invito a una assunzione di responsabilità nei confronti di se stesso (peraltro, ad Adamo, Dio dice: «Dove sei?», mentre ad Eva, esecutrice materiale del peccato, dice «Che hai fatto?». A differenza di quella di Caino, però, la loro risposta non ha alcun tono di protervia né di menzogna, dicono la verità: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato» (3, 13). Chiedendo a Caino: «Dov'è tuo fratello Abele?», Dio invece lo invita a un'assunzione di responsabilità verso suo fratello. Queste due dimensioni credo vadano tenute insieme: col peccato noi danneggiamo tanto noi stessi, allontanandoci da Dio, quanto gli altri, e per noi cristiani questo fatto assume una portata immensa in quanto noi, membra del corpo di Cristo, col peccato danneggiamo non solo noi stessi ma anche gli altri. Per questo, nel "Confiteor" diciamo: «Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli...».

«Dov'è Abele, tuo fratello? .... Non lo so (all'omicidio segue sempre la menzogna con funzione di copertura). Sono forse io il custode di mio fratello?»: il testo in ebraico è ancora più chiaro: hăšōmêr ʼhāḥî ʼānōkî? «Il custode di mio fratello io. Queste parole esprimono protervia nel male o sono espressione di un Caino che vuole fare...il finto tonto di fronte a Dio? Non lo potremo sapere.. La Scrittura, per buona sorte, ci tranquillizza: «Il Signore è il tuo custode!» (Sal 121, 5). Tuttavia è vero anche che ognuno deve considerarsi il custode di suo fratello con tutto quanto può essere richiamato da questo termine (vigilanza, tenerezza, corresponsabilità): mi sembra che questo sia il messaggio del Genesi, evocato anche da Eb 10, 24: «Facciamo attenzione gli uni agli altri, per accenderci a carità e opere buone»: facciamo attenzione gli uni agli altri...Quanti Lazzaro sostano alle nostre soglie, mentre noi neppure ci accorgiamo della loro esistenza?

Al verso 10 un'affermazione terribile: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!». Per gli antichi la vita era nel sangue (cfr Lv 17, 11-14). Dal momento che la vita umana deriva da Dio, il sangue umano versato da una creatura griderà verso il suo legittimo signore. E il grido degli innocenti è sempre ascoltato da Dio: «Non maltratterai la vedova o l'orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l'aiuto io darò ascolto al suo grido, la mia ira si accenderà e vi farò morire di spada...» (Es 22, 22-23). Caino dunque (a differenza di Adamo), viene maledetto: «Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello» (Gen 4, 11). La maledizione divina ha una forza segregatrice: la persona che essa distacca dagli altri diventa tabù: «Quando lavorerai il suolo esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra» («ramingo e fuggiasco» fanno parte della formula di maledizione). A tal proposito, è assai suggestivo quanto si legge nella Lettera agli Ebrei (12, 24) dove il sangue di Cristo, sangue purificatore è definito «più eloquente di quello di Abele». Se infatti il sangue di Abele grida vendetta, il sangue sacrificale di Cristo domanda grazia e perdono per tutti.

Come già aveva fatto Adamo, anche Caino (v. 13) risponde alla domanda di Dio e dice: «Troppo grande è la mia colpa (ʽăwōnî) per ottenere perdono». Se si tiene presente il doppio significato di ʽāwōn, ossia «colpa» e «castigo», la frase di Caino assume due significati: «Troppo grande è la mia colpa (ʽăwōnî) per ottenere perdono» oppure «Troppo grande è il mio castigo (ʽăwōnî) per ottenere perdono»: in questa accezione, comunque, bisognerebbe supporre un tono interrogativo: «Troppo grande è il mio castigo (ʽăwōnî) per non ottenere perdono?». La LXX traduce l'ebraico ʽāwōn con il greco aitìa, che significa accusa e colpa, e quindi mantiene l'ambiguità. La Vulgata prende posizione e traduce «Dixitque Cain ad Dominum: "Major est iniquitas mea, quam ut veniam merear"». A questa traduzione si rifà Martin Lutero, che traduce «Il mio peccato è più grande di ciò che può essere perdonato». Si potrebbe parlare, a proposito di queste parole, di una «conversione» di Caino? Stante l'ambiguità del termine ʽāwōn, la  risposta non può essere univoca. Tra l'altro, più avanti (v. 16) si parla di un allontanamento (solo geografico?) di Caino dal Signore e non di un «ritorno».

Fortunatamente il comportamento di Dio nei confronti di Caino è analogo a quello usato per Adamo ed Eva (i quali, tuttavia, non sembra che si siano affatto pentiti della loro azione). Lo condanna a una vita raminga, sì, ma lo protegge, forse  per mezzo di un ordinamento giuridico: v. 15: «Il Signore impose a Caino un segno (ʼōṯ) perché non lo colpisse chiunque l'avesse incontrato». Non è chiaro capire di quale preservazione si tratti, perché l'ebraico ʼōṯ (LXX sēmeion; Vg signum) ha un ampio spettro di significati: ad es. in 9, 12 è il «segno» dell'alleanza con la terra (l'arcobaleno): «Questo è il segno dell'alleanza (ʼōṯ habberîṯ) che io pongo tra me e voi...»; nel libro dell'Esodo, invece, indica quello che noi traduciamo con «piaga» (le 10 piaghe d'Egitto).

Ma più importante di questo non ben definibile «segno» è l'assicurazione di Dio a Caino: «...chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte» (v. 15). Se, comunque, dopo il peccato di Adamo il male comincia a propagarsi sulla terra col fratricidio di Caino, esso raddoppia le sue proporzioni nei suoi discendenti, come quel Lamec, che esclama (Gen 4, 23-24): «Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido. Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamec settantasette». Refrigerante, illuminante contrasto con questo marciume, sono le parole di Gesù a Pietro (Mt 18, 21-22): «"Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?".  E Gesù gli rispose: "Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette».... «Beati i miti perché avranno in eredità la terra» (Mt 5, 5).

Tornando alla fine del racconto di Caino: Dio gli dice (v. 12): «Ramingo e fuggiasco sarai sulla terra (nā wānāḏ tihye bā ʼāreṣ)»; Caino gli replica con la stessa espressione «io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra (wehāyîṯî nā wānāḏ bā ʼāreṣ)». Questa, probabilmente, non è solo la sorte di Caino bensì è la sorte di ognuno che misconosca in modo più o meno palese, o più o meno violento, quella che potremmo definire come la sacralità della fraternità: sarà condannato alla solitudine e alla disperazione. L'etimo di «Nod», la regione in cui Caino, allontanatosi dal Signore, si rifugia, deriva appunto dal vb nûd che significa «andare qua e là, vagare, oscillare, mostrare dolore». Non tralascerei la notazione «Caino si allontanò dal Signore»: un problema, perché, letterariamente, già Adamo ed Eva (cfr Gen 3, 23-24) erano stati scacciati dal giardino di Eden. A meno di vedere nel racconto un'unità a sé stante, si potrebbe forse attribuire all'espressione «si allontanò dal Signore», un senso più generale, anzi universale, a esprimere cioè lo status del peccatore, che è sempre colui che si allontana da Dio per vagare nelle regioni della tristezza. Ma Dio perennemente invita al ritorno: «Tornate a me (šubhū ʼelāy) - oracolo del Signore degli eserciti - e io tornerò a voi...» leggiamo nel profeta Zaccaria (1, 3). Dal verbo šub (ritornare) deriva la parola Teshuvà (ritorno) che per l'Israele di ieri e di oggi indica la conversione/pentimento. La vera conversione infatti prima ancora di essere un pentimento è una volontà di ritornare a Dio. È emblematica, perciò, la figura del figliuol prodigo che, dal fondo della sua abiezione, riesce a dire: «Mi alzerò, andrò da mio padre... (anastàs porèusomai ton patèra mou)» (Lc 15, 18): anastàs, deriva da «anìstēmi», il verbo della risurrezione! A dire che convertirsi è una continua risurrezione dai morti, è la rinascita perenne della vita dove prima regnava la morte.

Chi, più di Caino, potrebbe dire: «Dal profondo a te grido, o Signore»? E per chi più che per lui potrebbe risuonare confortatrice l'espressione della Prima Lettera di Giovanni (1Gv 3, 20): «Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa»? Risuona per lui..., risuona per noi, smarriti come il figliuol prodigo «in regionem longinquam» (Lc 15, 13), vale a dire nei sentieri dell'aberrazione e dell'umiliazione ma sicuri di trovare sempre le braccia del Padre di ogni misericordia, il quale è più grande del nostro cuore e del nostro peccato e ci ama immensamente, perché anche nella nostra umanità avvilita dal peccato, Egli riesce a intravedere i tratti di quella umanità che il suo Figlio ha voluto assumere per poterla salvare. Mi sembra questo uno dei sensi che potrebbe avere l'espressione di Gesù «Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv 14, 6). La santissima umanità di Cristo, dunque, è difesa e garanzia e raccomandazione presso il Padre a favore della nostra umanità dolente e umiliata, che, pure, diventerà «splendente di bellezza» (Prefazio dell'Immacolata Concezione) quando, alla fine dei tempi, tra lo stupore della natura in attesa (cfr Rm 8, 19) si rivelerà l'umanità così come era stata sognata nell'atto della creazione, vale a dire l'umanità dei figli di Dio, cioè degli uomini che, liberati per sempre dal velo che col peccato copriva i loro occhi, capiranno, alla fine, che Dio non è un antagonista che gode del nostro annichilimento e della nostra cieca soggezione, ma sapranno, invece, vedere unicamente il Padre, che è Vita-Luce-Amore, e scoprire e godere la bellezza e la gloria  di essere e sentirsi figli di Dio e fratelli di Cristo.


[1] Caino e Abele, Genesi 4,1-16: 1Adamo si unì a Eva sua moglie, la quale concepì e partorì Caino e disse: «Ho acquistato un uomo dal Signore».2Poi partorì ancora suo fratello Abele. Ora Abele era pastore di greggi e Caino lavoratore del suolo. 3Dopo un certo tempo, Caino offrì frutti del suolo in sacrificio al Signore;4anche Abele offrì primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Il Signore gradì Abele e la sua offerta,5ma non gradì Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto.6Il Signore disse allora a Caino: «Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto?7Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dòminalo».8Caino disse al fratello Abele: «Andiamo in campagna!». Mentre erano in campagna, Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise.9Allora il Signore disse a Caino: «Dov'è Abele, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?».10Riprese: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!11Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello.12Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra».13Disse Caino al Signore: «Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono?14Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi dovrò nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere».15Ma il Signore gli disse: «Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!». Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l'avesse incontrato.16Caino si allontanò dal Signore e abitò nel paese di Nod, ad oriente di Eden.
[2] Leibniz, parafrasando Boezio.
[3] K. Rahner-H. Vorgrimler, Dizionario di Teologia (ed. it. a cura di G.Ghiberti e G. Ferretti), Roma-Brescia 1968, 364.





Questo sito web utilizza i cookie
Questo sito o gli strumenti di terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento e utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più consulta la cookie policy. Chiudendo questo banner acconsenti all'uso dei cookie.
design komunica.it | cms korallo.it.