Nei sogni di San Giuseppe Dio rivela il suo progetto sulla famiglia

Il Messaggio per la Quaresima del vescovo Marino

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Un cammino di conversione e penitenza in compagnia di San Giuseppe, per riscoprire il volto paterno di Dio, «fonte inesauribile di tenerezza, di accoglienza e di perdono». Ma anche un cammino per imparare a sognare, proprio come il falegname di Nazareth che ha saputo «armonizzare quanto la sua coscienza gli reclama con le istanze che la sua fede gli suggerisce». 

Così il vescovo Francesco Marino auspica sia il tempo di Quaresima che si aprirà la prossima settimana: un desiderio forte che condivide con la sua diocesi nelle venti pagine del consueto messaggio quaresimale, dedicato quest'anno al tema della famiglia, nella convinzione, scrive, «che la ricorrenza giubilare ci chieda di affidare allo Sposo della Vergine Maria il cammino delle nostre comunità domestiche in un periodo storico che – segnato dalla crisi pandemica – se da un lato ha fatto riemergere in maniera vistosa difficoltà relazionali ed economiche, dall’altro ci stimola a comprendere che proprio dalle nostre case può ripartire quella ripresa spirituale e sociale che da più parti è evocata e attraverso l’intercessione di San Giuseppe vogliamo da credenti invocare come dono dello Spirito Santo». 

Nei sogni di San Giuseppe Dio rivela il suo progetto sulla famiglia il titolo del testo episcopale, nel quale il vescovo affronta il tema proposto attraverso i sogni di Giuseppe narrati nel vangeli. Una famiglia che sa trasmettere l’arte del discernimento, una famiglia da custodire nell’identità più che da difendere nell’ideologia, una famiglia in continuo cammino di conversione, una famiglia che sa abitare nella pace è la famiglia che il Pastore nolano dipinge alla luce del dialogo tra Dio e Giuseppe durante il sonno di questi: «Evitando giudizi - sottolinea - e condanne moralistiche, con rispetto e delicatezza, è necessario, dunque, ribadire che da credenti ciò che permette ad un uomo e ad una donna di fare famiglia è la Grazia che viene dal sacramento. Non si tratta di una generica benedizione di Dio, che essi pur non escludono o rifiutano per principio; né di una mera regolarizzazione giuridica, della quale non sentono il bisogno perché convinti che basti solo l’amore tra di loro, piuttosto è un decidersi per il Signore permettendogli di dettare legge nella nostra vita personale e familiare».

Ed è alla luce dell'identità sacramentale della famiglia cristiana, monsignor Marino, ricorda l'importanza dell'accoglienza e dell'accompagnamento delle «coppie ferite nel loro cammino o che decidono di interrompere il cammino insieme. Come ci ha ricordato l’Esortazione apostolica Amoris laetizia, si chiede da parte della comunità cristiana di accogliere, integrare e accompagnare coloro che sperimentano il fallimento del loro
matrimonio. Vorrei che chiunque avverte il dolore del distacco e della separazione coniugale potesse sentire in questo momento l’affetto e la vicinanza del Vescovo. Sentitevi accolti nel cuore della Chiesa; per voi è ancora possibile un cammino di fede e  di conversione che vi aiuti a scoprire di nuovo il sogno di Dio nella notte del vostro matrimonio. E laddove non sia possibile ricostruirne l’unità, sarà certamente possibile continuare un itinerario familiare cristiano di conversione, di misericordia e di vita nuova, come ci insegna il Papa nella Amoris laetitia. In quest’orizzonte, nel quinto anniversario di questo importante documento pontificio che ha aperto orizzonti notevoli circa la pastorale familiare, ho desiderato dare rinnovato impulso in diocesi a questa urgente responsabilità delle varie comunità parrocchiali con l’istituzione dell’Ufficio diocesano per l’accoglienza dei fedeli separati, espressione di una chiesa che “deve accompagnare con attenzione e premura i suoi figli più fragili, segnati dall’amore ferito e smarrito, ridonando fiducia e speranza” (AL, n. 291) e, a partire dalla data del 19 marzo p.v., ho conferito al Tribunale Ecclesiastico Diocesano di Nola la trattazione e la definizione in prima istanza delle cause di nullità matrimoniale a norma del Motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus».

Non mancano nel testo indicazioni alle comunità cristiane diocesane circa l'impegno a sostegno della famiglia, perché possa essere luogo aperto alla creatività dello Spirito, e alle famiglie stesse perché abbiamo massima attenzione anche per gli anziani e gli ammalati, tesoro prezioso da custodire, e alla cura di tutte le relazioni, imparando a perdonarsi sperimentando il perdono di Dio, fidandosi di lui, come Giuseppe, la cui testimonianza insegna «che avere fede in Dio comprende pure il credere che Egli può operare anche attraverso le nostre paure, le nostre fragilità, la nostra debolezza. E ci insegna che, in mezzo alle tempeste della vita, non dobbiamo temere di lasciare a Dio il timone della nostra barca».

Il testo integrale

Nei sogni di San Giuseppe Dio rivela il suo progetto sulla famiglia

Carissimi fratelli e sorelle della Chiesa di Nola,

iniziando il cammino della Quaresima, esprimiamo ancora la profonda gioia e la sincera gratitudine al Santo Padre Francesco per averci donato un anno speciale dedicato a San Giuseppe, nella ricorrenza del 150° anniversario della sua proclamazione come patrono della Chiesa universale. Con la data dell’8 dicembre 1870, infatti, attraverso il decreto Quemadmodum Deus dell’allora Sacra Congregazione dei Riti, Papa Pio IX volle rimarcare l’intercessione potente dello Sposo di Maria a favore della Chiesa tutta. Al decreto della Congregazione, l’anno successivo, il 7 luglio 1871, fece seguito la Lettera apostolica Inclytum Patriarcham con la quale direttamente il beato Pontefice riconobbe e incentivò, anche a livello liturgico, un culto particolare e maggiore a San Giuseppe rispetto agli altri santi. A questi due documenti, nei decenni successivi, se ne aggiunsero altri, quale segno di quella ininterrotta devozione nella comunità cristiana, che Papa Francesco oggi recepisce e approfondisce attraverso la riflessione che ci ha offerto nella Lettera apostolica Patris corde; un testo che affido alla vostra meditazione in questo tempo liturgico forte, affinché, mentre muoviamo i passi della conversione e della penitenza, ci mostri in controluce nella figura di Giuseppe di Nazareth il cuore paterno di Dio, fonte inesauribile di tenerezza, di accoglienza e di perdono.

Come chiesa diocesana, lo scorso 27 dicembre, Festa della Sacra Famiglia, presso il santuario giuseppino della nostra diocesi ho voluto che ponessimo un primo segno comune di accoglienza e di adesione all’anno giubilare. Vi ho invitato allora ad unirvi, almeno spiritualmente a causa delle norme di sicurezza, a quella celebrazione e in spirito di comunione con il Vescovo, ho chiesto ai parroci nelle loro parrocchie di favorire nello stesso giorno e orario, iniziative analoghe. È stato bello avvertire spiritualmente in tutta la nostra diocesi il riverbero di quello stesso “Sì” di Maria e Giuseppe, detto ancora oggi con la voce degli sposi che hanno ricordato le promesse nuziali. Vi ringrazio per questi gesti di comunione e sincera familiarità!

Su questa scia mi piace ora indicare, in questa Quaresima 2021, l’occasione opportuna di riflessione, preghiera e approfondimento sul tema della famiglia, convinto che la ricorrenza giubilare ci chieda di affidare allo Sposo della Vergine Maria il cammino delle nostre comunità domestiche in un periodo storico che – segnato dalla crisi pandemica – se da un lato ha fatto riemergere in maniera vistosa difficoltà relazionali ed economiche, dall’altro ci stimola a comprendere che proprio dalle nostre case può ripartire quella ripresa spirituale e sociale che da più parti è evocata e attraverso l’intercessione di San Giuseppe vogliamo da credenti invocare come dono dello Spirito Santo. La famiglia deve ricevere pastoralmente una focalizzazione particolare, come ho già più volte segnalato in diversi miei interventi. In linea con i luminosi pronunciamenti di Papa Francesco, particolarmente contenuti nella Evangelii gaudium e nell’Amoris laetitia, già nella mia Lettera per quest’anno pastorale, ho voluto indicarvi degli orientamenti comuni che ci aiutassero a maturare una particolare attenzione all’approfondimento tra annuncio del Kerygma e pastorale familiare (cfr. Da Emmaus alle nostre parrocchie, n. 4).

Una famiglia autenticamente cristiana, fondata sul sacramento del matrimonio e ispirata ai valori del Vangelo è il presupposto e la meta della nuova evangelizzazione come emerge dallo spirito generale del Concilio Vaticano II. Per recuperare il valore della famiglia non appare necessario ricorrere nostalgicamente ad un tempo passato, forse troppe volte enfatizzato: le difficoltà familiari ci sono sempre state e certamente non sono ascrivibili solo alla responsabilità della generazione presente. Forse è più giusto affermare che oggi si paga lo scotto di errori e stravolgimenti che partono progressivamente da lontano negli anni.

Si tratta, allora, di accogliere questo tempo attuale come il “deserto biblico” del quale la celebrazione della Quaresima, in un certo qual modo, diventa segno sacramentale. È tempo di passaggio epocale – come da più parti viene diagnosticato – nel quale riscoprirsi, sebbene nella constatazione diffusa della perdita dell’unità familiare e dei riferimenti tradizionali, in quello stesso cammino biblico verso la terra promessa nella quale risiedono la speranza e la promessa di Dio: tutti i popoli della terra vivranno nell’unità di una sola famiglia. Per Israele, e anche per noi chiesa di oggi, questo appare il grande sogno che anima il cammino e che i profeti, di ieri e di oggi, ravvivano nei momenti di crisi. Non dobbiamo mai rinunciare a sognare perché, anche nella sonnolenza delle difficoltà, e talvolta proprio nel sonno della crisi, Dio ci avvicina con i suoi progetti e ci indica nuovamente la direzione verso cui tendere. Ce lo ha ricordato papa Francesco nella Patris corde: «Analogamente a ciò che Dio ha fatto con Maria, quando le ha manifestato il suo piano di salvezza, così anche a Giuseppe ha rivelato i suoi disegni; e lo ha fatto tramite i sogni, che nella Bibbia, come presso tutti i popoli antichi, venivano considerati come uno dei mezzi con i quali Dio manifesta la sua volontà» (n. 3).

Abbiamo, dunque, bisogno di imparare a sognare, di farlo correttamente e di maturare sogni secondo la mente di Dio, e per questo ci mettiamo in questa quaresima alla scuola di San Giuseppe, l’uomo che riesce a realizzare e a salvare la sua famiglia attraverso quattro sogni che l’evangelista Matteo ci narra. Giuseppe non è un visionario, è un uomo concreto che riesce ad armonizzare quanto la sua coscienza gli reclama con le istanze che la sua fede gli suggerisce. Differentemente da lui, spesso i nostri stati onirici sono l’espressione dei nostri capricci, delle nostre fantasie irrealizzabili e delle nostre assurde pretese di autorealizzazione; per questo lasciamoci illuminare dalla parola del vangelo, come Giuseppe che ha saputo fare propri gli stessi sogni di Dio ed è stato capace di farsi strumento della sua volontà.

Primo sogno: una famiglia che sa trasmettere l’arte del discernimento

La storia familiare di Giuseppe inizia con un sogno che dilata il suo discernimento umano. Avendo da uomo giusto già deciso di licenziare segretamente la sua promessa sposa, l’incontro con Dio allarga le potenzialità del suo capire in coscienza e gli offre ulteriori soluzioni. Nel primo sogno narrato da Matteo, infatti, l’angelo lo aiuta a risolvere il suo grave dilemma: «Non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti, il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,20-21). La sua risposta fu immediata: «Quando si destò dal sonno, fece come gli aveva ordinato l’angelo» (Mt 1,24).

Alla luce della riflessione biblica possiamo affermare che ordinariamente anche i nostri sogni possono essere il luogo delle grandi riflessioni su noi stessi, alla luce di quegli angeli/messaggeri che per noi sono rappresentazione della voce della Parola di Dio e della nostra coscienza. I sogni sono i nostri pensieri riprodotti in immagini: di giorno pensando ci esprimiamo in parole, di notte lo stesso pensiero si esprime in rappresentazioni visive. Tuttavia, lo sappiamo, molte volte le immagini riescono a precedere le concettualizzazioni verbali e riusciamo a intravvedere ciò che ancora non capiamo lucidamente. Questo non deve stupirci: quando si lascia parlare liberamente la coscienza, senza che il nostro orgoglio o le nostre paure la zittiscano, riusciamo a vedere cose che da svegli non avremmo avuto il coraggio di dire neanche a noi stessi. È quanto la Gaudium et spes ci ha insegnato definendo la coscienza come sacrario dell’intimità, in cui l’uomo ascolta una voce che non è lui a darsi e che gli dice “fa’ questo ed evita quello” e, allontanandosi dal cieco arbitrio, le deve restare fedele (cfr. GS, 16).

Da qui impariamo che la famiglia non deve mai smettere di sognare, cioè di porsi in ascolto della coscienza! Sognare significa come singoli e come comunità allargare gli orizzonti del possibile, trovare nuove soluzioni, non arenarsi in luoghi comuni, non bloccarsi in schemi legalistici; non fermarsi ad una gestione dell’immediato o ad un rincorrere le sole urgenze domestiche. Una famiglia che sa sognare educa le giovani generazioni all’arte del discernimento, si mantiene viva e apre nuove strade d’impegno e di responsabilità.

Avvertiamo ai nostri tempi una difficoltà a decidersi e a scegliere. Da qui ne scaturisce la difficoltà nella risposta vocazionale sia nel matrimonio che nella vita consacrata. I giovani avvertono sempre più la difficoltà ad aprirsi al progetto di Dio sulla loro vita, un progetto che oltre il pragmatismo dell’immediato chiede prospettive più ampie di realizzazione. Sarà opportuno non sprecare il tempo del fidanzamento quale luogo propizio per lasciarsi guidare dall’amore verso le grandi sfide della vita. Giuseppe nel suo discernimento allunga lo sguardo, riesce a scoprire che oltre alla realtà che lui vede, c’è una volontà di Dio della quale deve fidarsi, diventa così padre nell’obbedienza (cfr. Patris corde, 3). Non a caso quando insieme con Maria ritroverà Gesù dodicenne nel tempio, ascolterà dal Figlio di Dio una risposta ferma e decisa che dà ragione di quella crescita in “età, sapienza e grazia” nella quale da genitori lo stavano accompagnando: «non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Lc 2, 49).

Auspico per le famiglie della nostra chiesa diocesana una maggiore attenzione a vivere e a trasmettere l’arte del discernimento. In questo compito, insieme alla richiesta e alla pratica dei sacramenti dell’Iniziazione Cristiana, sarà preziosa la meditazione quotidiana della Sacra Scrittura, l’accompagnamento spirituale, la sinergia con le altre famiglie della parrocchia. È questo il nucleo fondamentale che la chiesa nella sua vivente tradizione ha affidato al percorso del catecumenato battesimale. La pastorale vocazionale diocesana è a servizio di questa missione, a servizio del discernimento familiare. Solo una famiglia dove è presente la capacità di scoprire la volontà di Dio diventa vivaio di speciali vocazioni a servizio del Regno. Il discernimento si vive e si intensifica nel dialogo sincero e soprattutto nella preghiera domestica.

Mi piace raccomandare vivamente, insieme alla partecipazione domenicale alla Santa Messa come famiglia, anche la recita quotidiana del Rosario. È una preghiera semplice che porta nelle nostre case il mistero di Nazareth, una preghiera tutta familiare. Recitando le Ave Maria ascoltiamo il saluto dell’Angelo alla “Piena di grazia” e proclamiamo come chiesa la benedizione di Elisabetta che riconosce in Maria la beatitudine della fede; ci scopriamo figli dello stesso Padre e ci riconosciamo nella fede fratelli tra di noi. Ogni decina conferisce al tempo una cadenza diversa dalla frenesia e dalle corse che spesso fanno delle nostre case delle stazioni di passaggio. Ci restituisce così il tempo disteso del discernimento che è tutto a vantaggio di scelte maturate e pensate.

Secondo sogno: una famiglia da custodire nell’identità, più che da difendere nell’ideologia

Nel secondo sogno l’angelo ordina a Giuseppe: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo» (Mt 2,13). Giuseppe non esitò ad obbedire, senza farsi domande sulle difficoltà cui sarebbe andato incontro: «Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode» (Mt 2,14-15).

Anche oggi è necessario custodire la famiglia nella “notte” di distorsioni e infingimenti che ne offuscano la vera identità così come Dio l’ha sognata e voluta. A me, più dell’espressione difendere la famiglia, che richiama non poche volte una componente ideologica, piace usare l’espressione custodire la famiglia. Custodire è il verbo da cui trae origine uno dei titoli con il quale è invocato Giuseppe, quale Custode della divina eredità. Custodire significa riconoscere che il nemico da affrontare non sta solo fuori, nel mondo, nelle visioni politiche avverse, nella modernità, ma si annida per lo più nella perdita interna del valore identitario ispirato dalla fede in Gesù Cristo e dall’amore cristiano e nello smarrimento della verità sull’uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio.

Compito dei cristiani non è quello di aprire conflitti ideologici e sistemici, ma ravvivare le motivazioni e i valori evangelici che fondano la vita familiare; è questo il patrimonio di fede da proteggere. Pertanto, alla base di ogni riflessione sulla realtà familiare è necessario comprenderne la dimensione umana, teologica e sacramentale di riferimento. Come Dio ha impresso nella prima famiglia di Adamo ed Eva la sua immagine, così anche la famiglia di Giuseppe e di Maria appare, all’inizio della nuova creazione fondata sull’Incarnazione del Figlio di Dio, il primo frutto di quella redenzione dell’uomo, compimento del disegno originario di Dio.

Le nostre famiglie, pertanto, sono invitate a rispecchiarsi nella famiglia di Nazareth in cui tutte le virtù umane sono perfezionate dalla grazia: silenzio, preghiera, obbedienza, dedizione al lavoro, educazione dei figli. Nella fede e nella devozione guardiamo alla sacra Famiglia pensando che possiamo contemplare le sue virtù e farle nostre. Ogni famiglia è, così, come una gemmazione di quella di Nazareth: lì vediamo vivere le relazioni familiari incentrate sulla carità, sull’amore.

San Paolo in questo fondamento spirituale e caritativo collocherà la riflessione sacramentale del matrimonio cristiano, aiutandoci a guardare la realtà di diversità e mutuo affetto tra i coniugi proprio alla luce del riferimento sponsale a Cristo e alla Chiesa (Cfr. Ef 5, 32). Con una efficace espressione l’Apostolo definisce il matrimonio come mistero grande, tale espressione ci aiuta a scoprire sia la natura sacramentale dell’unione coniugale, sia la complessità delle relazioni familiari che non hanno solo una soluzione umana e morale, ma sono avvalorate dell’azione efficace della Grazia. Va detto, tuttavia, che come quando oggi si parla della chiesa spesso non si ha la consapevolezza della sua ampiezza misterica e si rintracciano solo implicazioni con questioni morali, dottrinali, pastorali, sociali, così appare riduttivo considerare la realtà del matrimonio solo dal versante giuridico e psicosociale.  Come la Chiesa è una realtà complessa e misterica, legata a Cristo, così il matrimonio cristiano, essendo strettamente legato al mistero che unisce Cristo e la Chiesa, va letto e compreso in profondità rifuggendo semplicistiche letture sociologiche. Ne consegue che la vita familiare, sebbene come «segno imperfetto» (Amoris laetitia, 72), può comprendersi solo come partecipazione al mistero di amore sponsale che lega Cristo e la Chiesa.

Con dolore dobbiamo riconoscere che la perdita di questo orizzonte teologico e la concentrazione dell’attenzione solo su questioni di carattere sociale e dinamiche psico-affettive, seppur importanti e da non sottovalutare, come pure il riduzionismo pragmatico, abbiano impoverito la comprensione della vera natura e del vero scopo dell’essere famiglia nel Signore. Molti giovani oggi ricorrono alla convivenza di fatto, non tanto e non solo per difficoltà interpersonali o paura di dare stabilità anche giuridica alla loro unione, ma perché la natura sacramentale del matrimonio non appare loro una priorità fondativa. Ne comprendono, forse, la dimensione celebrativa e il collegamento con la coerenza di appartenenza cristiana (per questo spesso essi stessi si sentono a disagio), ma non la collocano tra le priorità imprescindibili e la pospongono ad altre urgenze sentimentali, lavorative, generative, economiche.

Le misure necessarie per arginare il contagio in quest’anno di pandemia hanno inferto una ulteriore ferita alla sacramentalità del matrimonio. Sappiamo che tanti fidanzati, nell’impossibilità a celebrare le nozze con adeguati festeggiamenti a causa delle restrizioni al settore della ristorazione e per le sopraggiunte precarietà occupazionali, hanno rimandato le nozze senza fissare ancora una data, oppure hanno scelto di anticipare la convivenza o di rivolgersi al rito civile in attesa di tempi migliori per quello religioso. Il segnale di una perdita del valore sacramentale è palpabile allorquando essi considerano, maggiore solennità e festeggiamenti a parte, la stessa cosa l’uno o l’altro rito unitivo. Evitando giudizi e condanne moralistiche, con rispetto e delicatezza, è necessario, dunque, ribadire che da credenti ciò che permette ad un uomo e ad una donna di fare famiglia è la Grazia che viene dal sacramento. Non si tratta di una generica benedizione di Dio, che essi pur non escludono o rifiutano per principio; né di una mera regolarizzazione giuridica, della quale non sentono il bisogno perché convinti che basti solo l’amore tra di loro, piuttosto è un decidersi per il Signore permettendogli di dettare legge nella nostra vita personale e familiare.

Faccio appello alle coppie mature, ai laici impegnati e a quanti hanno a cuore la verità del matrimonio: impegniamoci pastoralmente ad incoraggiarli, a sostenerli anche ristabilendo i contatti e favorendo loro la comprensione che solo nella celebrazione del sacramento si realizza quel mistero grande del diventare una sola carne come Cristo e la Chiesa. Un mistero che chiede la fede come presupposto e il saper coniugare amore e responsabilità come ci ha insegnato San Giovanni Paolo II. Aiutati dalle parole dell’apostolo Paolo, non ci stanchiamo di annunciare che il matrimonio e la famiglia sono illuminati dalla Rivelazione, fermamente convinti che quello in cui crediamo sia davvero importante per la crescita della vita coniugale e familiare.

Terzo sogno: una famiglia in continuo cammino di conversione

Il terzo sogno di Giuseppe arriva in Egitto, laddove con fiducia e pazienza, attese dall’angelo il promesso avviso per ritornare nel suo Paese. Appena il messaggero divino lo informa che erano morti quelli che cercavano di uccidere il bambino, gli ordina di alzarsi, di prendere con sé il bambino e sua madre e ritornare nella terra d’Israele (cfr. Mt 2,19-20), egli ancora una volta obbedisce senza esitare: «Si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele» (Mt 2,21).

Inizia così il cammino di ritorno della sacra Famiglia, dall’Egitto verso quella casa che il Signore fa abitare. È il cammino che ripercorre le tappe dell’antico esodo di Israele. È la metafora del nostro cammino quaresimale che con la presenza di Gesù, illuminati dalla lampada della Parola che guida i passi dell’uomo di fede (cfr. Salmo 118), ci conduce sulle strade di un’autentica conversione. La vita familiare deve essere un cammino continuo, una conversione continua: fin quando dura il nostro pellegrinaggio terreno non possiamo mai considerarci arrivati nella vita di fede come nelle relazioni umane.

Accade frequentemente che nell’ambito dei rapporti familiari si creino irrigidimenti su proprie posizioni, stanchezze nel mettersi in ascolto reciproco, chiusure e isolamenti. Non poche volte si perde quello slancio affettivo e si finisce per precipitare nello scontato e nel banale. Papa Francesco in diversi interventi ha ricordato l’urgenza di un glossario familiari che attraverso le parole “permesso”, “grazie”, “scusa” aiuti a vivere la dimensione dinamica della vita familiare. Il Pontefice afferma: «Quando ci preoccupiamo di chiedere gentilmente anche quello che magari pensiamo di poter pretendere, noi poniamo un vero presidio per lo spirito della convivenza matrimoniale e famigliare. Entrare nella vita dell’altro, anche quando fa parte della nostra vita, chiede la delicatezza di un atteggiamento non invasivo, che rinnova la fiducia e il rispetto. La confidenza, insomma, non autorizza a dare tutto per scontato. E l’amore, quanto più è intimo e profondo, tanto più esige il rispetto della libertà e la capacità di attendere che l’altro apra la porta del suo cuore […]. Queste tre parole-chiave della famiglia sono parole semplici, e forse in un primo momento ci fanno sorridere. Ma quando le dimentichiamo, non c’è più niente da ridere, vero?» (Udienza generale, 13 maggio 2015). 

E purtroppo sono tante oggi le coppie ferite nel loro cammino o che decidono di interrompere il cammino insieme. Come ci ha ricordato l’Esortazione apostolica Amoris laetizia, si chiede da parte della comunità cristiana di accogliere, integrare e accompagnare coloro che sperimentano il fallimento del loro matrimonio.

Vorrei che chiunque avverte il dolore del distacco e della separazione coniugale potesse sentire in questo momento l’affetto e la vicinanza del Vescovo. Sentitevi accolti nel cuore della Chiesa; per voi è ancora possibile un cammino di fede e di conversione che vi aiuti a scoprire di nuovo il sogno di Dio nella notte del vostro matrimonio. E laddove non sia possibile ricostruirne l’unità, sarà certamente possibile continuare un itinerario familiare cristiano di conversione, di misericordia e di vita nuova, come ci insegna il Papa nella Amoris laetitia. In quest’orizzonte, nel quinto anniversario di questo importante documento pontificio che ha aperto orizzonti notevoli circa la pastorale familiare, ho desiderato dare rinnovato impulso in diocesi a questa urgente responsabilità delle varie comunità parrocchiali con l’istituzione dell’Ufficio diocesano per l’accoglienza dei fedeli separati, espressione di una chiesa che “deve accompagnare con attenzione e premura i suoi figli più fragili, segnati dall’amore ferito e smarrito, ridonando fiducia e speranza” (AL, n. 291) e, a partire dalla data del 19 marzo p.v., ho conferito al Tribunale Ecclesiastico Diocesano di Nola la trattazione e la definizione in prima istanza delle cause di nullità matrimoniale a norma del Motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus.

Insieme con voi, però, e anche attraverso la vostra esperienza dolorosa, siamo chiamati a riaffermare il valore autentico del sacramento; siamo chiamati ad annunciare con sempre maggior consapevolezza che il matrimonio cristiano è iscritto in quell’alleanza eterna tra Cristo e la Chiesa che neanche il peccato e l’infedeltà sono riusciti a spezzare. Di questo “Sì” delle nozze mistiche, gli sposi scelgono liberamente di diventare segno sacramentale. Si tratterà allora non solo di occuparsi di “come finisce un matrimonio”, piuttosto – come Papa Francesco ci ha ricordato in diversi interventi – nostro compito è verificare “come nasce un matrimonio” per evitare di continuare a raccogliere cocci di fallimento.

Papa Francesco afferma che: «il principale contributo alla pastorale familiare viene offerto dalla parrocchia, che è una famiglia di famiglie, dove si armonizzano i contributi delle piccole comunità, dei movimenti e delle associazioni ecclesiali» (Amoris laetitia, 202). In questa direzione incoraggio i cammini parrocchiali e diocesani di preparazione remota e prossima al matrimonio; in special modo è compito della pastorale familiare diocesana valorizzare il tempo del fidanzamento e l’accompagnamento delle giovani coppie di sposi.

Ribadisco ancora la scelta di istituire nelle comunità parrocchiali i gruppi famiglia che, senza sovrapporsi o sostituirsi agli altri cammini associativi e dei movimenti, favoriscano una certa formazione permanente, nella convinzione che non basta la preparazione al matrimonio come rito; è necessario non trascurare la crescita di fede nel matrimonio come scelta di vita. Se come ci ricorda il Papa il percorso prematrimoniale deve ricalcare lo stile e le modalità del catecumenato, mi sembra doveroso aggiungere che soprattutto nei primi anni di matrimonio si deve percorrere l’itinerario mistagogico.

In definitiva, esplicitando ancora il mio pensiero sui gruppi famiglia che ho auspicato già nella Lettera pastorale, non li intendo come un ulteriore gruppo che si aggiunge alla lista di quelli già presenti in parrocchia, ma come un luogo di convergenza e appartenenza delle coppie e degli altri membri (giovani e anziani) presenti in famiglia; una realtà traversale ai cammini e ai percorsi associati già esistenti. Un laboratorio permanente di condivisione esperienziale, di confronto e di studio dei documenti e delle encicliche sulla famiglia, un osservatorio stabile per aggiornamenti su questioni di bioetica che riguardano l’inizio e il fine della vita. In quest’impegno ci si può avvalere del prezioso contributo di esperienza e di competenza dei tre Consultori Familiari di Ispirazione Cristiana presenti nel nostro territorio a Nola, Pomigliano e Scafati.

Come non ricordare a questo proposito le difficoltà che molti sposi avvertono nei primi anni di matrimonio nel desiderio di generare un figlio e, sperimentandone la difficoltà, nel disagio a coniugare il magistero della Chiesa e le pratiche di fecondazione; quanti addirittura si allontanano dalla Chiesa, non conoscendo adeguatamente la differenza e il giudizio morale sugli aiuti alla fertilità. L’accompagnamento e la conoscenza aiuterebbero a liberare da immotivati sensi di colpa o a prospettare soluzioni diverse conformi alla dignità evangelica della persona umana. Non dimentichiamo che San Giuseppe è padre putativo di Gesù, insegnandoci un amore generativo che va al di là della carne e che rende padre e madre con il cuore. È sempre bello incontrare genitori che hanno avuto il coraggio di adottare uno o più bambini, rappresentano quell’amore generoso che può essere esemplare per tanti. Non trascuriamo neppure la diffusione delle varie forme di affido familiare, esercizio gratuito di carità genitoriale.

Infine, mi sta particolarmente a cuore sottolineare che gli incontri tra famiglie rappresentano nella parrocchia anche la testimonianza e lo sprone a quell’attenzione intergenerazionale della quale oggi soprattutto avvertiamo un grande bisogno. Non possiamo dimenticare l’attenzione e la cura per i bambini e specialmente per gli anziani. Non a caso nella festa della Presentazione il Vangelo ci riporta l’incontro tra Gesù e i due anziani Simeone e Anna. Essi sono il segno di quella sapienza che illumina il cammino della sacra Famiglia e della sua appartenenza ad un popolo di padri e madri depositari di profezie e promesse che si compiono nell’incontro con il Figlio di Dio fatto uomo. Anche la tradizione cristiana dei vangeli apocrifi ha voluto tramandarci le figure di Gioacchino e Anna, nonni di Gesù, per sottolineare l’importanza degli anziani nella storia della salvezza. E papa Francesco ha voluto istituire, a partire da quest’anno, nella quarta domenica del mese di luglio, in prossimità della loro memoria liturgica, la Giornata mondiale dei nonni e degli anziani, per affermare quanto “è importante l’incontro tra nonni e nipoti, perché i nonni davanti a loro sogneranno e i giovani prendendo forza dai nonni andranno avanti”.

Questo tempo di pandemia ha fatto emergere – con non poco scandalo - il dramma dei nostri vecchi, troppo frettolosamente relegati nelle residenze sanitarie di assistenza. Per quanto sia oggettivamente difficile per i ritmi che la vita lavorativa ci impone, è necessario fare ogni sforzo possibile affinché gli anziani non siano espiantati dalla propria famiglia ma rimangano tra le proprie mura domestiche, godendo di frequenti visite da parte dei loro famigliari. L’età avanzata non è di per sé una malattia, piuttosto una risorsa per educarsi a crescere insieme da diversi. La famiglia è microcosmo dove sono presenti tutte le diverse componenti e velocità della società civile. Tutto concorre a formare le future generazioni a costruire un mondo migliore, anche la presenza degli ammalati da assistere educa i più giovani in casa a prendersi cura di chi nella società è debole e povero.  Ricordiamo sempre che i figli daranno ai genitori quell’assistenza che da essi hanno imparato mentre li osservavano prendersi cura dei nonni (cfr. il recentissimo Documento della Pontificia Accademia per la Vita, “La vecchiaia: il nostro futuro. La condizione degli anziani dopo la pandemia”, 09.02.2021).

Quarto sogno: una famiglia che sa abitare nella pace

Il quarto e ultimo sogno San Giuseppe lo riceve durante il viaggio di ritorno dall’Egitto, «quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nazareth» (Mt 2,22-23).

Continuare a fidarsi di Dio anche quando sopraggiunge la paura di andare avanti. È questo il movente di quella speranza che la famiglia è chiamata a costruire e a ravvivare nella chiesa e nella nostra società. Spesso accade che le nostre paure: di essere sopraffatti, di essere esclusi, di non essere riconosciuti e stimati, ci paralizzino. La nostra percezione della realtà è sempre parziale e non poche volte inficiata dalla fragilità della condizione umana. Papa Francesco su questo punto sottolinea un passaggio molto bello nella sua Lettera apostolica: «La storia della salvezza si compie nella “speranza contro ogni speranza” (Rm 4,18) attraverso le nostre debolezze. Troppe volte pensiamo che Dio faccia affidamento solo sulla parte buona e vincente di noi, mentre in realtà la maggior parte dei suoi disegni si realizza attraverso e nonostante la nostra debolezza. […] Se questa è la prospettiva dell’economia della salvezza, dobbiamo imparare ad accogliere la nostra debolezza con profonda tenerezza. Il Maligno ci fa guardare con giudizio negativo la nostra fragilità, lo Spirito invece la porta alla luce con tenerezza. È la tenerezza la maniera migliore per toccare ciò che è fragile in noi. Il dito puntato e il giudizio che usiamo nei confronti degli altri molto spesso sono segno dell’incapacità di accogliere dentro di noi la nostra stessa debolezza, la nostra stessa fragilità» (Patris corde, 2).

Stimolati dalle parole del Papa vogliamo riscoprire in questa Quaresima che solo la tenerezza verso di noi e verso gli altri ci salverà dall’opera dell’Accusatore (cfr. Ap 12,10). Anche attraverso l’angustia di Giuseppe passa la volontà di Dio, la sua storia, il suo progetto. Giuseppe ci insegna così che avere fede in Dio comprende pure il credere che Egli può operare anche attraverso le nostre paure, le nostre fragilità, la nostra debolezza. E ci insegna che, in mezzo alle tempeste della vita, non dobbiamo temere di lasciare a Dio il timone della nostra barca. Tutti abbiamo fatto quest’esperienza nei momenti difficili, sentirsi amati e benvoluti è esperienza umanizzante, che apre ancora futuro.

Quando la famiglia è aperta alla creatività dello Spirito, quando fa entrare la luce del Cristo Risorto, cresce nei suoi membri quella capacità di resilienza che dona la forza di non fermarsi, di proseguire il cammino nonostante i fallimenti e le sconfitte. Lo stile obbediente e la docilità alla volontà di Dio fa di Giuseppe un figlio e allo stesso tempo un padre capace di realizzare quello che San Paolo chiederà alle famiglie dei Colossesi: «Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore. Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino» (Col 3,20-21). L’obbedienza a Dio e agli altri è l’espressione dell’autentica libertà.

Nel Messaggio che i Vescovi italiani hanno inviato per la 43° Giornata nazionale per la Vita (7 febbraio 2021), proprio sul temalibertà e vita, affermano: «la vera questione umana non è la libertà, ma l’uso di essa. La libertà può distruggere se stessa: si può perdere! Una cultura pervasa di diritti individuali assolutizzati rende ciechi e deforma la percezione della realtà, genera egoismi e derive abortive ed eutanasiche, interventi indiscriminati sul corpo umano, sui rapporti sociali e sull’ambiente. Del resto, la libertà del singolo che si ripiega su di sé diventa chiusura e violenza nei confronti dell’altro. Un uso individualistico della libertà porta, infatti, a strumentalizzare e a rompere le relazioni, distrugge la “casa comune”, rende insostenibile la vita, costruisce case in cui non c’è spazio per la vita nascente, moltiplica solitudini in dimore abitate sempre più da animali ma non da persone». Il Messaggio della CEI ci chiede di riscoprire nelle nostre case quelle relazioni libere e liberanti che aiutano la vita a crescere e a intensificarsi.

Improntati alla vera libertà i rapporti interpersonali tra genitori e figli saranno certamente animati da dinamiche di fiducia reciproca. Nella casa di Nazareth Giuseppe insegnerà a Gesù l’arte del falegname che diventerà un tratto significativo di riconoscimento tra la gente del suo tempo. In famiglia il figlio di Dio scoprirà quelle relazioni autentiche e significative che contribuiscono a lavorare per la pace nel mondo. Quante volte nelle nostre famiglie ci si chiude alla pace, al perdono e alla riconciliazione. Nel tempo di quaresima non possiamo non chiedere che si riaprano cammini di riappacificazione.

Troppo spesso le famiglie sono divise da incomprensioni e divisioni generate da interessi e tornaconti. Come può una famiglia dividersi per la ripartizione dell’eredità dopo la morte dei genitori? Come si può chiudere la porta al fratello e alla sorella nella propria famiglia? Sulla bilancia degli affetti, quanto si presume ci appartenga, non può mai pesare più di chi è parte di noi!  

Anche la vita liturgica ci sia da aiuto all’impegno di pacificazione. Infatti, da domenica 14 febbraio il Consiglio permanente della CEI ha disposto che si può iniziare gradualmente a vivere di nuovo durante la Messa il rito dello scambio della pace. Dopo numerosi mesi nei quali ci siamo astenuti da qualsiasi gesto, ora ci è chiesto di ripartire con uno “sguardo di pace”. Nelle forme e nelle modalità che appariranno più consone – senza ancora introdurre strette di mano e abbracci –, nella sobrietà, evitando ostentazioni e distrazioni nel corso della celebrazione, accogliamo dai Vescovi l’indicazione autentica a riappropriarci di questo gesto che, dopo un prolungato digiuno non sarà solo formale, ma ci chiederà una riscoperta di impegno a rendere storia di riconciliazione con gli altri ciò che nel simbolo liturgico esprimiamo. Ci doni il Signore di custodire sempre uno sguardo di pace sugli altri e di accoglierli con quella benevolenza che dà reciprocamente pace al cuore. È la pace che il Signore dona a noi nei sacramenti e che siamo chiamati a trasmettere.

Accostiamoci con gioia e fiducia in questo tempo quaresimale al Sacramento della Riconciliazione. Forse a causa della Pandemia abbiamo tralasciato da troppo tempo la regolarità della Confessione sacramentale; è tempo di ritornare al cuore del Padre. Propongo, pertanto – nelle modalità in sicurezza e seguendo i protocolli predisposti dalla Conferenza Episcopale – di valorizzare per le confessioni la terza settimana di Quaresima che sfocia nella Domenica in laetare. Come ci ha ricordato il Santo Padre nel Messaggio per la Quaresima: «una occasione propizia sarà anche quest’anno l’iniziativa 24 ore per il Signore, che invita a celebrare il Sacramento della Riconciliazione in un contesto di adorazione eucaristica. Ispirandosi alle parole del Salmo 130: “Presso di te è il perdono”». È lì che possiamo trovare un Padre che ci guarda con tenerezza, che ci restituisce la vera libertà e come ci ricorda la formula di assoluzione sacramentale “perdona e dà pace”. La verità si presenta a noi sempre come il Padre misericordioso della parabola (cfr. Lc 15,11-32) della quale San Giuseppe diventa icona: ci viene incontro, ci ridona la dignità, ci rimette in piedi, fa festa per noi, con la motivazione che «questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (v. 24). Dio si dimostra come un autentico familiare: ci accoglie, ci abbraccia, ci sostiene, ci perdona.

La Misericordia di Dio è di fatto l’indulgenza che gli chiediamo. È per questo che accogliamo ancora con gratitudine il dono della speciale indulgenza che la Penitenzieria apostolica con modalità precise ha disposto durante tutto l’anno, secondo le consuete condizioni richieste e particolari attività di preghiera e di carità:

A quanti mediteranno per almeno 30 minuti la preghiera del Padre Nostro, oppure prenderanno parte a un ritiro spirituale di almeno una giornata che preveda una meditazione su San Giuseppe.

  • A coloro i quali, sull’esempio di San Giuseppe, compiranno un’opera di misericordia corporale o spirituale.
  • A quanti reciteranno il Rosario, nelle famiglie e tra fidanzati.
  • A chiunque affiderà quotidianamente la propria attività alla protezione di San Giuseppe e a ogni fedele che invocherà con preghiere l’intercessione dell’Artigiano di Nazareth, affinché chi è in cerca di lavoro possa trovare un’occupazione e il lavoro di tutti sia più dignitoso.
  • Ai fedeli che reciteranno le Litanie a San Giuseppe, oppure qualche altra preghiera, propria alle altre tradizioni liturgiche, a favore della Chiesa perseguitata e per il sollievo di tutti i cristiani che patiscono ogni forma di persecuzione.

In conclusione desidero invitarvi a sentirci particolarmente in comunione nella Solennità liturgica del 19 marzo p.v., è il culmine di quest’anno speciale dedicato a San Giuseppe. Si predispongano occasioni e iniziative celebrative tali da permettere alle famiglie dei bambini del catechismo, degli operatori pastorali e delle associazioni laicali di valorizzare con la loro presenza questa festa. È molto bello che liturgicamente le prime settimane di quaresima racchiudano la memoria di San Giuseppe come quelle di Avvento dell’Immacolata Concezione. Ne raccogliamo un messaggio spirituale: mentre muoviamo i primi passi nei tempi forti, dobbiamo ricordarci di un Dio che ci precede con la sua familiarità e ci accompagna con il suo amore di padre e di madre.

A tutti rivolgo il mio augurio per un intenso cammino verso la Pasqua. Sappiamo bene quanto ci sia mancato l’anno scorso celebrare insieme la Risurrezione del Signore, è per questo che nella responsabilità e nella prudenza per l’emergenza sanitaria ancora in atto, dobbiamo prepararci bene e proficuamente. Faccio mio l’augurio per voi contenuto nella Colletta del lunedì della I settimana di Quaresima: Convertici a te, o Padre, nostra salvezza, e formaci alla scuola della tua sapienza, perché l'impegno quaresimale lasci una traccia profonda nella nostra vita.

Vi benedico di cuore, con vivo senso di paternità spirituale,

X Francesco Marino

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