Sia il vostro cuore continuamente attratto e inviato dal Signore

L'omelia del vescovo Francesco Marino durante la celebrazione eucaristica in Cattedrale per l'ordinazione presbiterale dei diaconi Salvatore Barbella, Sebastiano Marino e Giuseppe Matrone

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In una Cattedrale in festa, questa sera, 18 ottobre 2023, in occasione della Solennità di San Luca evangelista, il vescovo di Nola, Francesco Marino, ha presieduto la Celebrazione eucaristica per l'ordinazione presbiterale dei diaconi Salvatore Barbella, Sebastiano Marino e Giuseppe Matrone. 

Appassionata l'omelia che il presule ha rivolto all'assemblea dopo aver saluto, con gioia e gratitudine, genitori e i familiari degli ordinandi, le comunità in cui è nata e cresciuta la loro vocazione - le parrocchie di San Giuseppe in Boscoreale, di Santa Maria delle Vergini in Scafati e di San Pietro Apostolo in Scafati - e le altre comunità in cui si sono formati, i Seminari di Nola e di Posillipo con i rettori, gli animatori, i professori, i padri spirituali e  gli amici di comunità.

A due a due per preparare la strada a Gesù

«Come discepoli siete inviati per preparare la strada a Gesù: la missione è ancillare nei confronti del Signore, è annuncio e preparazione della sua venuta - ha sottolineato monsignor Marino -. Per questo, come i discepoli, siete “inviati a due a due”: perché la vostra comunione e fraternità sarà già annuncio del Regno, perché il Vangelo, che nell’amore trova il suo centro, sia testimoniato adeguatamente da vite in relazione, da uomini che si aiutano e sostengono vicendevolmente, da persone che, vincendo le antipatie e le inimicizie, cercano di accogliersi, rispettarsi, volersi bene. Gli inviati poi, sono pochi, rispetto alla smisuratezza delle messe: “la mèsse è molta …” (10,2), sono dotati di pochi mezzi e di ancor meno certezze: povertà, minoranza, precarietà non sono deprecabili ostacoli che impediscono l’efficacia della missione, ma sono le condizioni poste da Gesù per la missione evangelica. La povertà degli inviati deve far risaltare il fatto che la missione è svolta dalla persona nella sua interezza. Non basta avere pochi mezzi, occorre essere poveri, non basta proclamare il Regno di Dio, occorre essere uomini di Dio, non basta annunciare la pace, occorre essere operatori di pace. Così gli inviati possono davvero essere “agnelli” (Lc 10,3) che seguono l’Agnello, Gesù Cristo. Anche la vostra missione, infatti, non è altra cosa rispetto alla sequela, non è una realtà a parte, ma ha senso proprio e solo come sequela Christi. In questo affidamento radicale al vostro Signore, potrete sperimentare la protezione che il Signore vi accorda. Inviati in mezzo a lupi, senza alcuna assicurazione del successo della vostra missione, anzi, essendo stati prevenuti dal Signore sulla possibile non accoglienza (cf. Lc 10,10), potrete tuttavia conoscere in queste tribolazioni la certezza di fede di essere sulle tracce del Signore che conobbe la non accoglienza, il rifiuto, e non vi si ribellò. Come il suo Signore, il prete inviato è chiamato ad accogliere la non accoglienza che gli uomini possono riservargli e ad annunciare a tutti che il Regno di Dio è vicino».

Spogli di tutto per rendere visibile la vicinanza del Regno

«La povertà e inermità dell’inviato sono anche il luogo in cui può manifestarsi la potenza dello Spirito di Dio.  Vi è una forza straordinaria nell’estrema povertà, nel rifuggire tutto ciò che è potere e protagonismo da parte dell’inviato di Cristo: anzitutto perché sempre la potenza di Dio si manifesta nella debolezza del credente, ma anche perché la piccolezza degli inviati viene sentita dai destinatari della missione come non minacciosa e perciò crea fiducia e rende possibile il miracolo dell’incontro tra diversi, tra lontani, che grazie proprio alla povertà possono avvicinarsi gli uni agli altri senza diffidenze e timori. La povertà, la mitezza, l’inermità sono fondamentali per la missione cristiana: è il grande insegnamento di san Francesco, di san Charles de Foucauld e altri santi missionari! Proprio per questo Gesù invia uomini senza denaro, senza provviste di cibo, senza umane sicurezze, “spogli”: ciò che devono portare e visibilizzare nella loro persona, nel loro corpo e nelle loro relazioni è l’annuncio della vicinanza del Regno e dunque la necessità della conversione. La povertà degli inviati è segno e testimonianza credibile di un Regno che essi stessi attendono come vitale. E questo atteggiamento dice la verità del loro annuncio», ha aggiunto il vescovo Marino.

Sia il vostro cuore continuamente attratto e inviato dal Signore

«Carissimi, oggi divenite presbiteri per continuare in voi la personale missione di Gesù maestro, sacerdote e pastore, con il dono permanente della sua potestà. Questo sarà possibile se sarete nello stesso tempo “attratti e inviati” - ha evidenziato il vescovo di Nola - “Essere attratti ed essere inviati sono i due movimenti che il nostro cuore, soprattutto quando è giovane in età, sente come forze interiori dell’amore che promettono futuro e spingono in avanti la nostra esistenza” (Francesco, Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale 2018). Ma come potremmo sentire l’attrazione e l’invio nella missione se non ci mettessimo in ascolto del Maestro nella preghiera? In sintesi è ciò che vi raccomando oggi! La preghiera, lo stare in ginocchio di fronte all’Eucarestia ogni giorno, saranno la vostra migliore possibilità di respirare aria di Vangelo, di imparare sempre di più ad offrirvi al Signore, di vincere la tentazione dell’indifferenza e quella dell’egocentrismo, di costruire comunione, di evangelizzare e di impetrare vocazioni alla vita di consacrazione».

Il testo dell'omelia

Fratelli e sorelle nel Signore,

ci è stato appena proclamato il brano del vangelo di Luca con cui Gesù “designando altri settantadue discepoli”, li invia in missione e dà le disposizioni che la dovranno accompagnare. Potremmo pensare, con le dovute distinzioni, a questo racconto come ad una sorta di “ordinazione” ante litteram, paragonabile all’evento sacramentale che riguarda voi cari ordinandi e che noi tutti come assemblea liturgica stiamo celebrando così solennemente.

Il testo ascoltato ha infatti una valenza ecclesiologica in quanto riguarda la missione e la presenza della chiesa tra gli uomini; tuttavia, se si tiene conto del fatto che il messaggio che Gesù, tramite i discepoli, fa giungere alle città e ai villaggi nei quali egli stesso si sarebbe recato nel suo cammino verso Gerusalemme, è annuncio di pace e proclamazione che il regno di Dio si è fatto vicino, comprendiamo che il testo ha una portata cristologica fondamentale. Pace Regno di Dio, infatti, si manifestano in Gesù stesso.

Dopo la missione conferita ai Dodici (Lc 9,1-6) prioritariamente rivolta ad Israele, ora sono inviati i settantadue discepoli, e così è evocata la dimensione universale della missione che per altro i discepoli di Gesù inizieranno solo a partire dalla Pentecoste (At 2,1ss.).

Gesù parla all’imperativo e al futuro. Egli distacca fisicamente da sé i suoi discepoli: “Andate” (10,3), ma li unisce a sé nell’esperienza di fede dell’annuncio del Regno. Quell’annuncio che è sempre stato il centro del suo messaggio. E Gesù prevede ciò che avverrà. Soprattutto dà disposizioni grazie alle quali i discepoli potranno guardarsi da se stessi e vincere se stessi.

Egli conosce la meschinità dei discepoli cui pure da fiducia inviandoli in missione. Sa che potranno fare della missione il luogo delle loro pretese, che potranno trasformarla in un viaggio di piacere, pervertirla in un privilegio. Essi potranno ridurre la grandezza della predicazione del Regno di Dio alla piccolezza della ricerca di piccoli agi e comodità e allora dice loro: “Mangiate quel che vi vien messo davanti, non passate di casa in casa” (cf. 10,8).

Sa che saranno tentati dall’egoismo, dal fare della missione la loro impresa personale, individualistica, e li manda a due a due (10,1); sa che saranno tentati di aggressività, proselitismo, violenza e li manda come pecore in mezzo a lupi (10,3); sa che saranno tentati di accumulare, di premunirsi per il futuro, e dice loro di non prendere borsa né bisaccia (10,4); sa che saranno tentati di trasformare l’annuncio del Regno in opera filantropica di portare soldi, cibo e abiti e dice loro di non portare, nemmeno per se stessi, né cibo né soldi né sandali né due tuniche (9,3; 10,4); sa che saranno tentati di distrarsi, di dissiparsi in chiacchiere e relazioni futili, e dice loro di nemmeno fermarsi a salutare lungo la via (10,4).

Chiede loro di bruciare le parole cortesi per non ritardare l’annuncio urgente del Regno. Sa che saranno tentati di farsi servire invece di servire e dice loro di curare i malati, di dare pace e diffondere benedizione (10, 5.9); sa che saranno tentati di ritorsioni e ripicche verso chi non li accoglie e dice loro di lasciare a Dio il giudizio e di ribadire l’annuncio che il Regno è vicinissimo (10,10-12).

Carissimi ordinandi, desidero applicare a tutti noi, ma in particolare voi stessi le parole evangeliche del Maestro!

Inviandovi in missione è come se vi inviasse a una lotta contro voi stessi, contro quella parte di noi che forse sarà più tentata di mostrarsi, una volta che ci sia una qualche distanza  tra noi e Lui.

Ed ecco il secondo punto di vista, da cui leggere queste disposizioni che il Signore richiede. Quello di chi le riceve: voi, i discepoli in grado di capire queste parole come un mandato. Forse ancora non ne sappiamo cogliere fino in fondo la portata e il significato; probabilmente non comprendiamo fino in fondo il perché di certe parole e indicazioni di Gesù. Probabilmente alcune di queste ci potranno sembrare stravaganti, esagerate, oppure dettagli insignificanti, cose irrilevanti, poco spirituali, e tuttavia sappiamo che sono un Suo mandato: cioè un atto di fiducia che vi responsabilizza, che fa scaturire le energie per compiere ciò che solo la forza del Signore può compiere.

Nel prosieguo del racconto evangelico, poco dopo, al loro ritorno dalla missione, Gesù dirà ai discepoli: “Io vi ho dato potere”: Ego dedi vobis potestatem: così anche a voi, con l’imposizione delle mani e la preghiera consacratoria verrà conferita la potestà stessa di Cristo! Voi lo sapete: questo potere donato è trasformante e realtà permanente; sappiamo anche però che esso abiterà in voi a misura che crederete e starete attaccati a queste poche parole, a questi appigli di salvezza. Che vi salvano da voi stessi. In qualche modo avrete questo potere a misura del vostro ascolto e della vostra obbedienza. Della vostra fiducia. Della vostra fede. Del vostro credere all’amore di chi vi ha dato tale mandato. Amore che vede la vostra miseria e crede alla vostra capacità di vincere il male anche in voi stessi.

Infine, come discepoli siete inviati per preparare la strada a Gesù: la missione è ancillare nei confronti del Signore, è annuncio e preparazione della sua venuta. Per questo, come i discepoli, siete “inviati a due a due”: perché la vostra comunione e fraternità sarà già annuncio del Regno, perché il Vangelo, che nell’amore trova il suo centro, sia testimoniato adeguatamente da vite in relazione, da uomini che si aiutano e sostengono vicendevolmente, da persone che, vincendo le antipatie e le inimicizie, cercano di accogliersi, rispettarsi, volersi bene.

Gli inviati poi, sono pochi, rispetto alla smisuratezza delle messe: “la mèsse è molta …” (10,2), sono dotati di pochi mezzi e di ancor meno certezze: povertà, minoranza, precarietà non sono deprecabili ostacoli che impediscono l’efficacia della missione, ma sono le condizioni poste da Gesù per la missione evangelica. La povertà degli inviati deve far risaltare il fatto che la missione è svolta dalla persona nella sua interezza. Non basta avere pochi mezzi, occorre essere poveri, non basta proclamare il Regno di Dio, occorre essere uomini di Dio, non basta annunciare la pace, occorre essere operatori di pace. Così gli inviati possono davvero essere “agnelli” (Lc 10,3) che seguono l’Agnello, Gesù Cristo.

Anche la vostra missione, infatti, non è altra cosa rispetto alla sequela, non è una realtà a parte, ma ha senso proprio e solo come sequela Christi. In questo affidamento radicale al vostro Signore, potrete sperimentare la protezione che il Signore vi accorda. Inviati in mezzo a lupi, senza alcuna assicurazione del successo della vostra missione, anzi, essendo stati prevenuti dal Signore sulla possibile non accoglienza (cf. Lc 10,10), potrete tuttavia conoscere in queste tribolazioni la certezza di fede di essere sulle tracce del Signore che conobbe la non accoglienza, il rifiuto, e non vi si ribellò. Come il suo Signore, il prete inviato è chiamato ad accogliere la non accoglienza che gli uomini possono riservargli e ad annunciare a tutti che il Regno di Dio è vicino.

La povertà e inermità dell’inviato sono anche il luogo in cui può manifestarsi la potenza dello Spirito di Dio.  Vi è una forza straordinaria nell’estrema povertà, nel rifuggire tutto ciò che è potere e protagonismo da parte dell’inviato di Cristo: anzitutto perché sempre la potenza di Dio si manifesta nella debolezza del credente, ma anche perché la piccolezza degli inviati viene sentita dai destinatari della missione come non minacciosa e perciò crea fiducia e rende possibile il miracolo dell’incontro tra diversi, tra lontani, che grazie proprio alla povertà possono avvicinarsi gli uni agli altri senza diffidenze e timori. La povertà, la mitezza, l’inermità sono fondamentali per la missione cristiana: è il grande insegnamento di san Francesco, di san Charles de Foucauld e altri santi missionari!

Proprio per questo Gesù invia uomini senza denaro, senza provviste di cibo, senza umane sicurezze, “spogli”: ciò che devono portare e visibilizzare nella loro persona, nel loro corpo e nelle loro relazioni è l’annuncio della vicinanza del Regno e dunque la necessità della conversione. La povertà degli inviati è segno e testimonianza credibile di un Regno che essi stessi attendono come vitale. E questo atteggiamento dice la verità del loro annuncio.

Carissimi, oggi divenite presbiteri per continuare in voi la personale missione di Gesù maestro, sacerdote e pastore, con il dono permanente della sua potestà. Questo sarà possibile se sarete nello stesso tempo “attratti e inviati”.  “Essere attratti ed essere inviati sono i due movimenti che il nostro cuore, soprattutto quando è giovane in età, sente come forze interiori dell’amore che promettono futuro e spingono in avanti la nostra esistenza” (Francesco, Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale 2018). Ma come potremmo sentire l’attrazione e l’invio nella missione se non ci mettessimo in ascolto del Maestro nella preghiera? In sintesi è ciò che vi raccomando oggi! La preghiera, lo stare in ginocchio di fronte all’Eucarestia ogni giorno, saranno la vostra migliore possibilità di respirare aria di Vangelo, di imparare sempre di più ad offrirvi al Signore, di vincere la tentazione dell’indifferenza e quella dell’egocentrismo, di costruire comunione, di evangelizzare e di impetrare vocazioni alla vita di consacrazione.

 Concludo perciò con quanto papa Benedetto XVI confidava a noi vescovi durante l’Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana del 2012:  “In un tempo nel quale Dio è diventato per molti il grande Sconosciuto e Gesù semplicemente un grande personaggio del passato, non ci sarà rilancio dell’azione missionaria senza il rinnovamento della qualità della nostra fede e della nostra preghiera; non saremo in grado di offrire risposte adeguate senza una nuova accoglienza del dono della Grazia; non sapremo conquistare gli uomini al Vangelo se non tornando noi stessi per primi a una profonda esperienza di Dio. Cari Fratelli, il nostro primo, vero e unico compito rimane quello di impegnare la vita per ciò che vale e permane, per ciò che è realmente affidabile, necessario e ultimo. Gli uomini vivono di Dio, di Colui che spesso inconsapevolmente o solo a tentoni ricercano per dare pieno significato all’esistenza: noi abbiamo il compito di annunciarlo, di mostrarlo, di guidare all’incontro con Lui. Ma è sempre importante ricordarci che la prima condizione per parlare di Dio è parlare con Dio, diventare sempre più uomini di Dio, nutriti da un’intensa vita di preghiera e plasmati dalla sua Grazia. [...] Vorrei dire a ciascuno: lasciamoci trovare e afferrare da Dio, per aiutare ogni persona che incontriamo ad essere raggiunta dalla Verità. È dalla relazione con Lui che nasce la nostra comunione e viene generata la comunità ecclesiale, che abbraccia tutti i tempi e tutti i luoghi per costituire l’unico Popolo di Dio” (Benedetto XVI, 24 maggio 2012)

Veglino su di voi oggi e sempre la beata Vergine Maria, Madre di Dio e Madre della Chiesa e i Santi Felice e Paolino vescovi. Amen.

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