Siete adatti al ministero se vivete la sapienza della Croce

L'omelia del vescovo Marino in occasione delle ordinazioni sacerdotali di ieri in Cattedrale

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Ieri sera, alle 19, presso la Cattredrale di Nola, il vescovo Francesco ha conferito l'ordinazione presbiterale ai diaconi Alfonso Iovino, Giovanni Napolitano e Giuseppe Napolitano.

«Per voi Ordinandi - ha detto monsignor Marino, sottolineando la scelta della Festa dell'esaltazione della Croce quale giorno per l'ordinazione - questo è oggi particolarmente efficace, per voi e per la chiesa. Siete stati chiamati per ricevere un dono, prima che un incarico. Siete adatti al ministero se vivete della Sapienza della Croce per la gloria del Padre, come insegna Paolo.  Avete molte qualità e vi siete ben preparati, ma non potrete fare niente se non rimanete disponibili e vivere in Gesù crocifisso, come Gesù sulla croce vive per la gloria del Padre».

Alfonso Iovino è nato a San Giuseppe, l'11 agosto 1984. La parrocchia di origine è quella di San Gennaro, a San Gennarello di Ottaviano. Il suo cammino da seminarista inizia nel 2013; il 18 ottobre 2019 è stato ordinato diacono. Laureato in giurisprudenza, ha conseguito il Baccalaureato presso la Pontifica Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale. Attualmente sta portando a termine la Licenza in Diritto Canonico presso la Pontifica Università Lateranense. Da alcuni anni svolge il ministero pastorale presso la parrocchia Maria Ss della Stella di Nola.

Giovanni Napolitanto è nato a Napoli, il 23 agosto 1978. La parrocchia di origine è quella di Santa Maria delle Grazie, a Marigliano. Il suo cammino da seminarista inizia nel 2012; il 18 ottobre 2019 è stato ordinato diacono. Laureato in Psicologia, ha conseguito il Baccalaureato presso la Pontifica Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale. Da alcuni anni svolge il ministero pastorale presso la parrocchia Immacolata di Terzigno.

Giuseppe Napolitano è nato a Sarno, il 29 marzo 1988. La parrocchia di origine è quella di San Gavino, a Camposano. Il suo cammino da seminarista inizia nel 2010. Ha conseguito il Baccalaureato presso la Pontifica Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale; presso la stessa Facoltà sta terminando la Licenza in Teologia Dogmatica. Da anni svolge il ministero pastorale presso la comunità interparrocchiale San Pietro e Immacolta di Cicciano.


Ecco il testo integrale dell'omelia del vescovo

Venerati fratelli nell’Episcopato, nel Presbiterato e nel Diaconato, carissimi religiosi e religiose, consacrati e fedeli laici della Chiesa di Nola, amati diaconi Ordinandi Presbiteri,

eleviamo insieme la nostra gratitudine al Signore per l’evento di oggi: l’Ordinazione di questi figli della chiesa di Nola! È la gratitudine di tutta la comunità cristiana e diocesana, in particolare di coloro che li hanno accompagnati fin qui, cominciando dai primordi della loro vita vocazionale e oggi li presentano all’autenticazione della chiesa: i genitori e i familiari, le comunità di origine; le parrocchie di San Gennaro in San Gennarello, di Santa Maria delle Grazie in Marigliano e di San Gavino in Camposano,  le comunità che successivamente li hanno accolti in questi anni di formazione, con i loro parroci, il Seminario di Nola con il Rettore don Gennaro Romano e il Seminario di Posillipo con p. Franco Beneduce, gli animatori, i professori, i padri spirituali e  gli amici.

Stiamo celebrando un evento che è motivo di meraviglia e di gratitudine perché smentisce le visioni deprimenti che talora si esprimono sul tempo che stiamo vivendo. Molti parlano di questo tempo come un tempo stremato dalla fatica di sopravvivere, assediato da problemi insolubili, spaventato dalle incertezze sul futuro, invecchiato nel suo egoismo sterile, suscettibile e impigliato in infiniti, meschini litigi. Io non so com’è il nostro tempo. Vedo, però, qui, un gruppetto di uomini, adulti, liberi, consapevoli, confortati dal discernimento condotto in questi anni che si fanno avanti e dicono: sì, io voglio vivere la vita come un servizio, in nome di Dio, seguendo Gesù; sì, io voglio entrare a far parte di questo clero per vivere in fraternità, in nome di Dio, obbedendo al comandamento di Gesù; sì, io per entrare in questa fraternità scelgo di vivere relazioni caste, di non costruire una famiglia, di essere celibe, secondo quanto mi chiede questa Chiesa; sì, io per collaborare con il Vescovo e il clero alla missione scelgo di obbedire nell’andare dove sono mandato, nel tradurre in pratica le linee pastorali di questa comunità diocesana; sì, io dichiaro di fidarmi di Dio, di scegliere di essere docile allo Spirito di Dio che mi dà e mi darà sapienza e fortezza, di cercare ogni giorno di essere alla presenza del Padre per compiere la sua volontà, imitando Gesù.

Questi uomini che si fanno avanti e dicono questo “sì” non vengono da un altro pianeta, ma da questa nostra terra; non sono eroi senza paura, non sono santi senza peccato, non sono personalità ineccepibili sotto ogni aspetto. Sono, come tutti, peccatori che chiedono il perdono, persone fragili che riconoscono le loro paure, libertà incompiute che cercano la liberazione dalle meschinità e dalla tentazione di ripiegarsi su di sé. Sono uomini che nella loro grandezza e nella loro piccolezza dicono che questa terra, questa Chiesa, questo tempo è tempo di grazia, è una terra benedetta, è una Chiesa feconda che genera persone liete di fare della loro vita un dono. E questa originalità provocatoria non è uno spettacolo da applaudire, ma una provocazione da raccogliere. Ciascuno quindi può dire a se stesso: “Dunque anch’io posso”, anche in questa situazione, mi può raggiungere una proposta, una indicazione, una illuminazione”.

Sì, questa ordinazione sigilla una storia di discernimento e di formazione che diventa una decisione definitiva. Ci sono buone ragioni per fare festa, per dire grazie al Signore e per ammirare questi nostri fratelli che con tanta solennità entrano nel ministero.

Provvidenzialmente essi lo fanno nella festa dell’Esaltazione della Croce del Signore.

La liturgia oggi proclama che la Croce, la Croce santa di Gesù Cristo, è in verità il trono del Salvatore. Per questo, Gesù afferma che «così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo» (Gv 3,14). «Di null’altro mai ci glorieremo se non della Croce di Gesù Cristo, nostro Signore: egli è la nostra salvezza, vita e risurrezione; per mezzo di lui siamo stati salvati e liberati (cf. Gal 6,14)» (Antifona d’Ingresso).

La croce è via di redenzione e simbolo di amore supremo. Infatti, non è la croce ad aver dato gloria a Gesù, ma è Gesù che ha dato gloria alla croce, avendola vissuta come simbolo d’una vita offerta per amore “fino all’estremo” (Gv 13,1). La croce rivela la gloria che, grazie a essa, Gesù ha mostrato: la gloria dell’amore. Gloriarsi della croce, cioè, seguire Gesù Crocifisso, va ben compreso: “Questa affermazione radicale ha finito per alimentare una spiritualità doloristica che nulla ha a che vedere con la chiamata alla gioia che contraddistingue la “buona notizia”, e che svilisce la portata delle parole di Cristo riducendole a un banale richiamo a sopportare con rassegnazione le sventure della vita” (Benedetto XVI).

Ecco, allora la ragione profonda della nostra festa: è la gioia del dono di salvezza che abbiamo ricevuto dal Salvatore mediante la sua Croce. Per voi Ordinandi questo è oggi particolarmente efficace, per voi e per la chiesa. Siete stati chiamati per ricevere un dono, prima che un incarico. Siete adatti al ministero se vivete della Sapienza della Croce per la gloria del Padre, come insegna Paolo.  Avete molte qualità e vi siete ben preparati, ma non potrete fare niente se non rimanete disponibili e vivere in Gesù crocifisso, come Gesù sulla croce vive per la gloria del Padre.

Questa radicale dipendenza dal dono è una verità che rimane troppo spesso nelle espressioni convenzionali, senza strutturare la libertà delle persone nella forma della gratitudine e della docilità. Se invece, come spero e come auguro, la decisione di accogliere la vocazione della Chiesa a diventare preti vi lascia configurare alla croce del Signore, allora possiamo sentirci alleati nel cammino di riforma della Chiesa che questi tempi esigono. Coloro che si lasciano configurare al Signore Crocifisso, dimorano nello stupore e vivono di gratitudine. Il ministero che rinnova e riforma la Chiesa si esprime nel condividere lo stupore e nel convocare i molti per cantare la gratitudine. Non siamo gente ingenua, ma siamo discepoli sapienti: ci è stato dato di valutare quanto sia grande, bello, eterno il dono di Dio.

La nostra Chiesa ha bisogno di un rinnovamento che la renda lieta, grata, capace di irradiare gioia, perché vive del dono che riceve. La missione che alla Chiesa è stata affidata, perché il mondo creda non si può compiere con la pretesa di convincere, con l’esibizione di una intraprendenza che si raccomandi perché capace di supplire alle inadeguatezze delle altre istituzioni, con una efficienza che conquista perché soddisfa a dei bisogni, e pratica la carità come una dimostrazione, invece che come una intima necessità e come restituzione di un debito, come ci ricordava Paolo nella liturgia domenicale di ieri.

La missione della Chiesa perché il mondo creda è affidata anche a voi, presbiteri oggi ordinati, ma è affidata a tutta la comunità, sulle vie della condivisione della gioia e della speranza. Coloro che diventano credenti, e quindi partecipano della gloria che sulla croce il Padre ha dato al Figlio, diventano un cuore solo e un’anima sola. La sfida pastorale, abbiamo riconsiderato in questi giorni di convegno, è che diventi evidente questa comunione profonda e si manifesti in un segno che il mondo possa comprendere: i discepoli di Gesù  sono capaci di volersi bene, di stare insieme e di trovare gioia nella fraternità che li unisce. Questa comunione che raduna tutti i credenti deve manifestarsi nel presbiterio. Tra i preti, tra i preti e il Vescovo e i diaconi si deve riconoscere il volersi bene profondo e ordinario. Deve, soprattutto crescere la stima reciproca! Sarebbe paradossale che i servitori della comunione ecclesiale, cioè i membri del clero, non si vogliano bene in modo evidente. Sarebbe sconcertante se gli uomini che predicano ai fedeli di amarsi e perdonarsi, che parlano dell’amore che unisce marito e moglie, genitori e figli, fratelli e sorelle, si rivelassero individualisti, litigiosi, divisi tra loro.

Per il percorso di rinnovamento pastorale della Chiesa io conto su di voi, ordinandi di oggi e su tutti voi presbiteri e diaconi di tutte le età per questo segno irrinunciabile che è la sincerità  dell’amore fraterno, fondato sul dono di salvezza che scaturisce dalla croce di Cristo e dal cammino della reale alla sua sequela nella gioia del vangelo. La condivisione fraterna è l’effettiva disponibilità a servire le comunità con tutta la proprie disponibilità. Forse non tanto la semplice rinuncia ai beni materiali, ma la rinuncia alla rivendicazione dei propri punti di vista, all’ambizione del protagonismo che esibisce la propria originalità invece della pazienza di decidere insieme, operare insieme, attuare insieme le priorità pastorali che impegnano tutta la comunità. È necessaria la vigilanza di tutti e la correzione fraterna perché l’autoreferenzialità non diventi inappellabile, le preferenze non diventino puntigli, le sensibilità particolari non diventino criterio di estraniazione dal cammino di Chiesa.

Siete stati chiamati e siete venuti, siete stati preparati e conosciuti e ora siete mandati: siate grati, siate lieti, non siate attaccati a quello che è vostro, al vostro punto di vista, per essere in verità nel presbiterio e nella chiesa un cuore solo e un’anima sola perché il mondo creda.

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