Cultura e diritti, per combattere forme di marginalità sociale

L’impegno per l’integrazione delle associazioni YaBasta Restiamo Umani e Nova Koinè

Domenica scorsa, 19 luglio, nel cortile del palazzo comunale di Marigliano, si è tenuta la cerimonia di consegna dei diplomi di terza media e degli attestati di frequenza ai migranti della scuola di italiano promosse dai volontari delle associazioni Nova Koinè e YaBasta Restiamo Umani, rispettivamente di Marigliano e Scisciano. Presenti, tra gli altri, il vicesindaco di Marigliano, Alfonso Lo Sapio, il sindaco di Scisciano, Edoardo Serpico. Un evento che rappresenta l’atto finale di un anno d’impegno al servizio dell’inclusione di persone straniere, anche attraverso la cultura, e di contrasto al disagio sociale delle fasce più deboli della popolazione del nostro territorio. Uno dei responsabili di YaBasta è Alessio Malinconico, insegnante.

L’appuntamento di domenica non è stata una novità o sbaglio? No, infatti, non lo è stata. La cerimonia di domenica, nella quale abbiamo consegnato le licenze medie e i certificati del corso di lingua italiana per stranieri, in realtà è un rito celebrato ormai da molti anni, assieme agli amici di Nova Koinè. Quest’anno abbiamo potuto consegnare le licenze medie e gli attestati di partecipazione: gli esami di ‘lingua 2’ sono stati spostati a settembre causa covid dal Coia (Centro provinciale per l’istruzione degli adulti) Napoli 2 col quale collaboriamo.

Nonostante l’emergenza covid siete comunque riusciti a portare a termine le lezioni. Sì, anche per questo la cerimonia di domenica è stata per noi particolarmente significativa. Abbiamo dovuto servirci anche noi, come ovvio, della didattica a distanza, e farlo con alunni stranieri, adulti, lavoratori, non è stato semplice, come si può capire. Ci siamo serviti del canale You Tube dell’associazione, delle videochiamate, etc., e alla fine siamo riusciti a far fare l’esame di terza media.

Qual è la platea dei vostri corsi? Si tratta di un gruppo molto eterogeneo. Ci sono migranti che vengono dall’Est Europa, dal SudAmerica, molti vengono dal NordAfrica. Insomma, c’è davvero tutto ilmondo. Quest’anno c’è stata la partecipazione di molti dal Bangladesh. Gli iscritti però sono divisi a seconda della preparazione di base: la classe di chi è a corto diconoscenze, quella dei principianti, e poi quella avanzata. Non è una semplice scuola: si tratta di una comunità. Dopo l’orario di lezione, ci sono momenti per stare insieme, bere qualcosa, parlare, dei momenti di festa. Lo scopo è creare una comunità, che faccia sentire le persone meno isolate sul territorio, favorire insomma la loro inclusione sociale, in un territorio che sotto questo aspetto non offre molte possibilità.

Il vostro operato è seguito e appoggiato però anche dalle istituzioni. Qual è il rapporto con le amministrazioni? Noi svolgiamo la scuola anche in collaborazione con i servizi sociali sia del comune di Scisciano che di quello di Marigliano. L’edificio in cui abbiamo la scuola, ad esempio, a Scisciano, è uno spazio della nostra associazione, ma si svolgono anche attività legate ai servizi sociali comunali, come il banco alimentare. Ma non ci si limita a questo: alcune attività vengono svolte proprio in sinergia. Questo aiuta lo scambio delle buone prassi, di contatti, di aggiornamento reciproco sulle situazioni problematiche etc. Nel periodo covid – continua Alessio – questo è stato particolarmente utile: abbiamo dato vita alla Rete Scisciano Solidale, per poter distribuire generi di prima necessità in modo ancora più cospicuo rispetto al normale.

I diplomati alla Scuola di intaliano

Quindi la scuola è solo una delle vostre attività? Sì. Noi e Nova Koinè abbiamo anche uno sportello per i migranti, che si occupa di accompagnare le persone di origine straniera nell’iter di regolarizzazione della loro situazione, di seguirli nella burocrazia, di offrire supporto psicologico e sostegno materiale. Da quanto detto, emerge un quadro articolato: l’inclusione passa dal sostegno alla persona nella sua interezza, dai bisogni materiali alla promozione culturale. In particolare, senza voler diminuire l’importanza di altri aspetti, sulla lunga distanza la promozione culturale è molto importante. Quest’ultima accresce la loro autonomia e favorisce l’inserimento nel territorio, rendendo anche consapevoli di diritti. In tal senso, durante l’emergenza covid, in alcuni comuni, ad esempio, i bandi per i buoni spesa avevano criteri di accesso discriminatori verso i cittadini stranieri. Siamo intervenuti per farlo notare e devo dire che l’interlocuzione ha avuto successo, e i criteri sono stati poi successivamente modificati e
resi più inclusivi, anche sulla base di indicazioni che avevamo dato noi. Sui nostri territori alcuni gruppi sociali sono invisibili o resi invisibili da una serie di leggi che li privano di alcune possibilità essenziali. Penso, ad esempio, a quanto sia difficile dal ‘Decreto sicurezza’ in poi ottenere la residenza per un migrante. E in Italia senza residenza non si accede a tanti servizi comunali.

Domanda delicata. Il vostro impegno per i migranti vi ha reso invisi a qualcuno? Magari qualcuno vi ha invitato a pensare anzitutto agli italiani. Noi, sia YaBasta che Nova Koinè, abbiamo sempre parlato di accoglienza bilaterale. La nostra associazione, ad esempio, da più di dieci anni porta avanti un doposcuola sul territorio che è rivolto a tutte le famiglie, e la maggior parte dei bimbi sono italiani. E lo stesso nostro sportello migranti è una parte di uno sportello diritti più ampio che aiuta anche famiglie italiane e le accompagna nell’iter burocratico per il reddito di cittadinanza o altre questioni. Noi pensiamo che prima vengano le persone, a prescindere dal fatto che siano italiane o straniere. Noi siamo per la promozione e la difesa di tutti coloro che si trovano in una posizione di marginalità ed esclusione sociale, per questo tentiamo sempre di fare della attività che coinvolgono l’intera comunità. Abbiamo ad esempio anche un laboratorio ricreativo di danze popolari rivolto a tutti. L’idea guida è quella di una comunità solidale, anche perché nel mondo dell’esclusione sociale non esiste differenza tra italiani e stranieri: le difficoltà solo le stesse, c’è un’unica cittadinanza. Spesso si vuole alimentare una guerra tra poveri, ma noi dobbiamo rispondere con la solidarietà per tutti e tra tutti.

Le difficoltà sociali, che accomunano sia italiani che stranieri, sono tirate in ballo non solo rispetto al presente ma anche rispetto al futuro. In Italia nascono sempre meno figli, e anche nel nostro territorio certamente il trend non è più quello di qualche decennio fa. C’è scarsa speranza nel futuro. Da cosa ripartire? Certamente il discorso è complesso, e io posso parlare solo per un certo livello della questione. Le comunità migranti potrebbero avere un valore enorme nel nostro territorio: penso, ad esempio, alla percentuale di persone bengalesi che vivono in Italia. Quasi tutti mantengono delle famiglie in Bangladesh – dalle quali restano separati anche molti anni – e che vorrebbero far venire in Italia, ma non riescono, anche perché il ricongiungimento familiare in Italia è una cosa difficilissima. Sono persone che vivono, lavorano e pagano le tasse qui. Poi c’è un problema trasversale che riguarda italiani e stranieri. C’è l’impossibilità per una fascia di popolazione di fare progetti non solo da qui a cinque anni, ma addirittura da qui a tre mesi. In tale situazione, è chiaro che l’idea di costruire una famiglia, di avere legami stabili, per alcuni è molto difficile da realizzare, in altri genera comprensibile timore.
Dobbiamo combattere marginalità e precarietà.

* dal numero di Luglio di inDialogo




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